“Questa non è conservazione, è un cartello.” Rappresentanti indigeni da tutto il mondo hanno rilasciato oggi una dichiarazione storica dall’impatto dirompente
25 settembre 2026

“La conservazione della natura deve essere guidata dai popoli indigeni, perché noi ne sappiamo di più.”
Nairobi: numerosi popoli indigeni vittima dell’industria della conservazione si sono riuniti in un incontro unico nel suo genere, a conclusione del quale hanno chiesto “la restituzione delle nostre terre ancestrali, incluse quelle che ci sono state sottratte per creare parchi e riserve naturali”.
La Dichiarazione di Nairobi, diffusa oggi dalla neonata Indigenous Land Alliance a conclusione dell'incontro, contiene anche un ultimatum senza mezzi termini rivolto a note organizzazioni per la conservazione, tra cui WWF, WCS, African Parks, UNESCO e altre: "andatevene dalle nostre terre e rispettate i nostri diritti, diversamente, vi cacceremo via".

Our Land, Our Nature gathering (OLON, La nostra terra, la nostra natura) ha riunito per la prima volta rappresentanti indigeni da tutto il mondo, accomunati dalla lotta contro il modello di conservazione dominante; insieme hanno denunciato il prezzo umano della “conservazione fortezza” e dei mercati del carbonio, presentando al contempo alternative a guida indigena.
La dichiarazione delinea la portata del problema:
“Da decenni ormai, la potente industria della conservazione usurpa e ruba i nostri territori con il pretesto di salvare Madre Terra. Trasformano i nostri territori in parchi nazionali, riserve della tigre, santuari della fauna selvatica, aree protette,aree di conservazione e riserve di caccia sportiva senza il nostro consenso.”
“Vendono le nostre terre attraverso i mercati del carbonio, i crediti di biodiversità e altri sistemi di compensazione che servono a dare una parvenza di sostenibilità ambientale (greenwashing) alle pratiche distruttive delle multinazionali. Nonostante siano designate come "Aree protette", queste zone vengono distrutte e destinate all'estrazione mineraria a cielo aperto, all'estrazione "verde" di minerali critici per la transizione energetica e alle piantagioni commerciali di gomma, pino, tè, caffè, soia e teak. Vengono aperte al turismo dei safari, che non mostra alcun rispetto per i popoli indigeni né per i nostri antenati.”

“Dietro tutto ciò vi è una coalizione composta da governi, multinazionali e ONG internazionali che si occupano di ‘conservazione’ dell’ambiente. Controllano i nostri territori perché finanziati da ricchi paesi del Nord del mondo, dalle banche multilaterali di sviluppo, da istituzioni finanziarie multilaterali, dalla Banca Mondiale, dalle industrie dei combustibili fossili e da altre industrie inquinanti. Oggi le nostre terre sono amministrate da governi, ONG ed élite. Non da noi. Questa non è conservazione della natura. Non è altro che un cartello.”
“Ci opponiamo a una conservazione caratterizzata da logiche di mercato, accaparramento di terre, finanziarizzazione della natura, greenwashing da parte dei grandi inquinatori e false Soluzioni basate sulla natura (NBS). Esigiamo uguaglianza, consenso, trasparenza, rispetto e dignità.”
Questa Dichiarazione, dai toni molto fermi, è stata sottoscritta dai 60 rappresentanti indigeni provenienti da 16 paesi del mondo che hanno partecipato a questo incontro senza precedenti. Essi hanno anche dato vita a una nuova rete, la Indigenous Land Alliance, per promuovere le istanze contenute nella Dichiarazione di Nairobi.
I rappresentanti indigeni provengono da:
- Argentina (popoli Qom e Mbya Guarani)
- Bolivia (popolo Uchupiamona)
- Botswana (popolo Kua)
- Cambogia (popolo Bunong)
- Camerun (popolo Baka)
- Colombia (popolo Pasto)
- Congo (rep.) (popolo Baka)
- Ecuador (popolo Kichwa)
- India (popolo Jenu Kuruba)
- Kenya (popoli Ogiek, Samburu, Rendille, Masai, Borana, Sengwer)
- Nepal (popolo Tharu)
- Perù (popolo Kichwa)
- Tanzania (popolo Masai)
- Tailandia (popolo Plong Karen)
- Uganda (sottogruppo Mosopisyek/Kalenjin)
- Stati Uniti (nazioni Diné e Dakota)
Note ai redattori:
- Questo evento unico è stato organizzato da Conservation Solutions Afrika e Survival International
- L'attivista indigeno Mising Pranab Doley (India nord-orientale) avrebbe dovuto intervenire alla conferenza, ma è stato arrestato a luglio e incarcerato per aver guidato una protesta contro un progetto per la costruzione di un hotel di lusso che avrà ripercussioni sui popoli indigeni che vivono vicino al Parco Nazionale di Kaziranga, in India.
- Oggi, almeno 3 milioni di indigeni in Africa, Asia e nelle Americhe stanno pagando il prezzo della conservazione con le loro terre e con la loro vita. La conservazione sottrae loro territori e mezzi di sussistenza, portando violenza e fame.
- Nel nome della conservazione sono state sottratti almeno 1,1 miliardi di ettari (2,7 miliardi di acri) di terre indigene.
- La conservazione della natura – percepita da molti come un movimento positivo – minaccia gli stili di vita dei popoli indigeni in tre continenti. I suoi effetti sono paragonabili al furto di terra indigena causato da disboscamento, attività minerarie, estrazione di gas e narcotraffico.
- Per un press briefing sull’evento: www.survival.it/documenti/press-briefing-OLON-2026
- Per ulteriori informazioni di background:
La guida per decolonizzare il linguaggio nella conservazione
La pagina dedicata alla campagna di Survival per decolonizzare la conservazione - Per ulteriori informazioni e immagini, o per richieste di interviste in italiano: +39 02 8900671 [email protected]

