Etiopia: indagine delle agenzie di cooperazione sul reinsediamento forzato degli indigeni

Un bulldozer spiana il territorio mursi nel Parco nazionale Mago, dove le comunità vengono sfrattate dalla loro terra per far spazio a piantagioni di canna da zucchero.

Un bulldozer spiana il territorio mursi nel Parco nazionale Mago, dove le comunità vengono sfrattate dalla loro terra per far spazio a piantagioni di canna da zucchero.

© E. Lafforgue/Survival

I rappresentanti di alcuni tra i principali donatori di aiuti all’Etiopia hanno annunciato che invieranno una squadra nella regione sud occidentale del paese per indagare sulle continue denunce di violazioni dei diritti umani tra le tribù dell’area.

Survival International, il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni, ha denunciato che le tribù della valle dell’Omo vengono perseguitate e molestate con l’obiettivo di cacciarle dalla loro terra e far spazio a piantagioni di cotone, olio di palma e canna da zucchero.

Molte altre organizzazioni hanno pubblicato rapporti simili.

Le piantagioni sono possibili grazie alla diga idroelettrica Gibe III, anch’essa al centro di una forte controversia.

La diga, che è quasi completata, avrà un impatto gravissimo sui mezzi di sostentamento di 500.000 indigeni, comprese alcune tribù che vivono intorno al lago Turkana in Kenya.

Il progetto avrà anche conseguenze ambientali catastrofiche per l’intera regione, che ospita siti patrimonio dell’UNESCO su entrambi i lati del confine.

Survival e altre ONG hanno ripetutamente denunciato lo sfratto di centinaia di Bodi e Kwegu, e continuano a ricevere rapporti che raccontano di persone costrette a lasciare le loro terre per trasferirsi in campi di reinsediamento.

I Daasanach vengono costretti ad abbandonare la loro terra per far spazio a infrastrutture come questa gigantesca pompa a Omorate, che faciliterà il sistema di irrigazione per le piantagioni.

I Daasanach vengono costretti ad abbandonare la loro terra per far spazio a infrastrutture come questa gigantesca pompa a Omorate, che faciliterà il sistema di irrigazione per le piantagioni.

© E. Lafforgue/Survival

Il governo etiope non ha cercato né ottenuto dai popoli indigeni il consenso libero prioritario e informato a lasciare il proprio territorio. È una violazione delle linee guida sui reinsediamenti redatto dal DAG (Gruppo d’Assistenza allo Sviluppo), un consorzio dei più grandi donatori di aiuti all’Etiopia, di cui fanno parte anche l’Italia, gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Germania e la Banca Mondiale.

Il DAG fornisce una significativa assistenza finanziaria all’amministrazione locale responsabile degli sfratti forzati.

Il gruppo ha deciso di tornare nella valle dell’Omo entro la fine dell’anno per indagare sulla situazione. Nonostante i donatori abbiano già effettuato visite in passato, di cui spesso non sono stati pubblicati i rapporti finali, gli sfratti sono continuati.

La decisione fa seguito alla crescente preoccupazione internazionale. Parlamentari europei di Italia, Germania e Regno Unito hanno presentato interrogazioni al Parlamento Europeo, e deputati britannici e tedeschi hanno fatto sentire la propria voce presso vari ministeri. Nel Regno Unito, inoltre, è in programma una discussione parlamentare.

In febbraio il Congresso americano ha deliberato che i soldi dei contribuenti non devono essere utilizzati per finanziare il reinsediamento forzato nella valle dell’Omo.

A seguito di una causa intentata da Friends of Lake Turkana, il tribunale keniota ha stabilito che il governo del Kenya deve pubblicare tutte le informazioni sugli accordi che ha stretto con l’Etiopia in merito all’acquisto di elettricità generata dalla diga Gibe III.

All’inizio dell’anno, un rapporto UNESCO aveva raccomandato che il lago Turkana venisse inserito nella Lista dei Patrimoni Mondiali in Pericolo.

Note:

La Cooperazione italiana mantiene da anni un rapporto privilegiato con l’Etiopia, che recentemente è stata riconfermata come uno dei paesi prioritari per il triennio 2013-2015, con un raddoppio dei fondi stanziati rispetto al triennio precedente pari a 99 milioni di euro.

Survival sta quindi sollecitando i suoi sostenitori a scrivere alla Farnesina per scongiurare qualsiasi forma di complicità nella catastrofe umanitaria che incombe nella Valle dell’Omo, e per chiedere che l’erogazione degli aiuti italiani sia subordinata al rispetto dei diritti dei popoli indigeni e all’interruzione degli sfratti da parte delle autorità etiopi.