Kaiapò denunciano alle Nazioni Unite la “grande sofferenza” del loro popolo

18 ottobre 2011

Il leader Kayapó Raoni Metuktire si è recato alle Nazioni Unite per denunciare le conseguenze devastanti del progetto Belo Monte. © Antonio Bonsorte/Amazon Watch

Questa pagina è stata creata nel 2011 e potrebbe contenere un linguaggio ormai obsoleto.

Raoni Metuktire, noto portavoce della tribù dei Kayapó dell’Amazzzonia Brasiliana, si è recato lo scorso mese alle Nazioni Unite di Ginevra per denunciare la devastazione che il progetto della gigantesca diga Belo Monte porterebbe al suo popolo.

Raoni ha denunciato che il progetto sta provocando “grande sofferenza ed effetti negativi sul suo popolo e i suoi parenti”.

La diga Belo Monte, se costruita, diventerebbe la terza al mondo per grandezza e provocherebbe gravi danni alla foresta e alle vite di migliaia di indigeni, compresi gli Indiani incontattati.

Ridurrebbe drasticamente le riserve di pesce su cui si basano le comunità locali per la loro sussistenza e provocherebbe deforestazione.

“Sono preoccupato per la mia gente, per i fiumi, la terra, gli animali, gli alberi” ha dichiarato Raoni ai funzionari ONU. “Voglio proteggerli… Se non ci saranno più alberi sulla terra, se li bruceranno, cosa faremo? Che ne sarà di noi?”

“Voglio che i popoli indigeni del mondo siano lasciati in pace, perché noi tutti abbiamo dei diritti, siamo anche noi cittadini del mondo.”

Guarda la clip di Raoni che denuncia i pericoli che la diga potrebbe comportare.

Il governo brasiliano aveva autorizzato l’inizio dei lavori della diga a dispetto della diffusa preoccupazione dei popoli indigeni, delle comunità che vivono lungo il fiume, degli scienziati, del Ministero Pubblico del Brasile e della Commissione Inter-Americana sui diritti umani

La costruzione della diga è stata sospesa il mese scorso e gli Indiani hanno fatto sapere che si batteranno per impedire la ripresa dei lavori.

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