Il campo di Asan Kudar, dove dal 2013 vivono sotto teloni di plastica oltre un centinaio di indigeni Khadia sfrattati dalla Riserva delle tigri di Similipal. Hanno ricevuto solo una piccola parte del risarcimento promesso. I giornali indiani hanno lodato questo sfratto come un modello di “successo”.

Il campo di Asan Kudar, dove dal 2013 vivono sotto teloni di plastica oltre un centinaio di indigeni Khadia sfrattati dalla Riserva delle tigri di Similipal. Hanno ricevuto solo una piccola parte del risarcimento promesso. I giornali indiani hanno lodato questo sfratto come un modello di “successo”. © Survival

In vista della COP15 sulla biodiversità che si terrà a dicembre in Canada, alcune importanti ONG, tra cui Survival International e Amnesty International, hanno pubblicato una dichiarazione congiunta per denunciare il target di trasformare il 30% del pianeta in Aree Protette entro il 2030 (30×30), la cui adozione è in programma proprio alla COP15.

Nella dichiarazione, le organizzazioni denunciano che “senza una seria revisione, il cosiddetto target del 30×30 distruggerà la vita di molti popoli indigeni”.

Aggiungono anche che questo sarà “profondamente devastante per i mezzi di sostentamento di altre comunità che usano la terra per la sussistenza, e allo stesso tempo distoglierà l’attenzione dalle vere cause del collasso della biodiversità e del clima."

Oltre a Survival International e Amnesty International, a firmare la dichiarazione sono anche Minority Rights Group International e Rainforest Foundation UK.

La dichiarazione esprime una grave preoccupazione: “è probabile che a costituire la maggior parte del target siano le Aree Protette restrittive”. Queste aree, “cardine del modello di conservazione dominante condotto dall’Occidente, hanno comportato sfratti diffusi, fame, malattie e violazioni dei diritti umani, tra cui omicidi, stupri e torture in Africa e Asia.”

Tra le altre raccomandazioni, le organizzazioni richiedono che qualunque obiettivo di conservazione incluso nel nuovo Quadro Globale per la Biodiversità (Global Biodiversity Framework GBF) “dia priorità al riconoscimento e alla protezione dei sistemi di proprietà territoriale collettiva e consuetudinaria dei popoli indigeni” e “riconosca il diritto delle altre comunità che usano la terra per la sussistenza a essere protette dagli sfratti forzati”.

“L’idea che il 30×30 sia uno strumento efficace nella protezione della biodiversità non ha alcuna base scientifica” ha dichiarato oggi Fiore Longo, responsabile della campagna di Survival per decolonizzare la conservazione. “L’unico motivo per cui è ancora in discussione nelle negoziazioni è che viene spinto con forza dall’industria della conservazione, che vede in esso un’opportunità per raddoppiare la quantità di terra sotto il suo controllo. Se sarà approvato, costituirà il più grande furto di terra della storia e deruberà milioni di persone dei loro mezzi di sussistenza. Se i governi intendono davvero proteggere la biodiversità, la risposta è semplice: riconoscere i diritti territoriali dei popoli indigeni.”

Note ai redattori:

- La XV Conferenza delle Parti (COP15) della Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD) si svolgerà a Montreal, in Canada, dal 7 al 19 dicembre.

- Survival ha appena lanciato una nuova ‘Guida per decolonizzare il linguaggio nella conservazione’ per smontare le narrative dominanti che rinforzano gli stereotipi razzisti e portano alla violazione dei diritti dei popoli indigeni. Durante la COP15 Survival ne condividerà degli estratti.

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