Ota Benga, un uomo pigmeo che fu portato dal Congo agli Stati Uniti per essere esibito negli zoo, fino al momento del suo suicidio, nel 1916.
Ota Benga, un uomo pigmeo che fu portato dal Congo agli Stati Uniti per essere esibito negli zoo, fino al momento del suo suicidio, nel 1916.

© Wikimedia

Il cartello sulla sua gabbia diceva semplicemente “L’anello mancante”. L’uomo “pigmeo” Ota Benga era in mostra nella casa delle scimmie nello Zoo del Bronx, a New York. Ai suoi piedi c’era uno scimpanzé. Migliaia di persone lo hanno visitato, secondo il New York Times; la maggior parte di loro lo scherniva.

A chilometri di distanza, sulle isole Andamane, circondate dal corallo nell’Oceano Indiano, un poliziotto è stato filmato mentre incitava i membri della remota tribù degli Jarawa a danzare per i turisti – secondo quanto denunciato dall’Observer – in cambio di banane e biscotti che gli vengono lanciati dalle jeep.

La distanza di tempo tra i due eventi è di circa un secolo. Ota Benga è stato umiliato in modo grottesco nel 1906; il video degli Jarawa che danzano è stato diffuso solamente nel 2012.

Il video ha suscitato indignazione in tutto il mondo e ha sollevato domande sull’etica di viaggiare presso comunità indigene lontane, in particolare quando incoraggia simili umilianti “safari umani”.

In quanto uomini, ci muoviamo. Viaggiamo, lo abbiamo sempre fatto. Il viaggiare è radicato nella psiche umana; siamo migrati dall’Africa migliaia di anni fa, camminando dalla savana verso il resto del mondo.

Oggi, il turismo resta una delle industrie del mondo occidentale a più rapida crescita. Lasciamo casa per scalare le montagne e attraversare le foreste pluviali, per danzare a Cuba, nuotare nell’Oceano, per contrattare in un suk o sdraiarci su una spiaggia di corallo tropicale.

Nel suo libro L’arte di viaggiare, il filosofo Alain de Botton valuta le ragioni sottese al viaggio. Una è cambiare prospettiva, dichiara, perché “ci sono cambiamenti interiori che non possiamo adeguatamente consolidare senza un cambio di luogo”. Secondo Bruce Chatwin, una motivazione chiave è anche il cambiamento: “Cambiamenti di moda, cibo, amore e paesaggio” ha scritto. “Ne abbiamo bisogno come dell’aria che respiriamo.”

E così viaggiamo per conoscere, per piacere, per lasciarci ispirare; per alleviare la noia della routine quotidiana e soddisfare l’immaginario di menti curiose. Viaggiamo per scuotere le nostre anime e per placare un’atavica irrequietezza interna. Ernesto Che Guevara pensava che semplicemente “viaggiamo per viaggiare”.

I viaggi avventura sono un prodotto recente del turismo; i viaggiatori oggi hanno l’opportunità di spingersi più lontano, più in alto e in luoghi più “selvaggi” di un tempo. Questo significa che rischiano di entrare in contatto con comunità indigene remote, negli angoli più inaccessibili del mondo – come le verdi profondità del bacino amazzonico o gli altopiani del Papua Occidentale – che spesso ospitano popoli indigeni.

Le loro terre li sostengono fisicamente e spiritualmente, e loro le sanno comprendere intimamente: gli Yanomami che vivono nel cuore dell’Amazzonia brasiliana conoscono i corsi d’acqua e le rapide della foresta pluviale nello stesso modo in cui gli Inuit comprendono la banchisa dell’Artico canadese.

Ed è qui che sorgono i problemi, perché incontrarsi può essere pericoloso, sia per i turisti che per i popoli indigeni che hanno avuto pochi contatti con l’esterno. Le tribù è probabile che reagiscano con ostilità verso gli esterni, e i turisti possono facilmente trasmettere malattie infettive verso cui i popoli più isolati non hanno difese immunitarie.

La curiosità verso altre culture è naturale. I turisti possono, a volte, addirittura essere d’aiuto se viaggiano con agenzie di turismo etico e sostenibile. Ma il confine tra etico e non etico è estremamente sottile. Quindi, dove si colloca?

In linea di principio, il rischio è minore se i turisti visitano popoli indigeni che da tempo sono regolarmente in contatto con gli esterni. Ma, come detterebbero la naturale sensibilità sociale e il rispetto, questo si applica solo ai popoli indigeni che sono felici di ricevere i visitatori, che hanno un adeguato livello di controllo sul dove i turisti possono andare e su quello che fanno nelle loro comunità, e se ricevono un’adeguata parte dei profitti.

Di solito, tuttavia, solo una minima parte dei profitti del turismo va a risarcire le tribù, se mai ricevono qualcosa. Le aziende che portano reali benefici sono pochissime, e spesso sono quelle gestite dai popoli indigeni stessi, basate su piccoli tour ben amministrati e a basso impatto.

I viaggiatori che pianificano di visitare aree indigene devono riflettere molto attentamente sugli effetti a lungo termine che il loro approccio può avere sui popoli indigeni, e non al brivido effimero dell’esperienza o alla gloria del racconto una volta rientrati a casa.

Ad esempio, il diritto alla proprietà della terra che usano e occupano è riconosciuto ai popoli indigeni dalla legge internazionale e dovrebbe essere rispettato indipendentemente dal fatto che il governo nazionale la applichi o meno; pertanto, quando si trovano nelle terre indigene, i turisti dovrebbero comportarsi come farebbero all’interno di qualsiasi altra proprietà privata.

È inutile – o dovrebbe esserlo – specificare che i popoli indigeni hanno gli stessi fondamentali diritti umani di chiunque altro, che devono essere rispettati. Dove viaggi e popoli indigeni si incontrano, le ragioni del viaggio devono essere analizzate con cura, perché la gioia del movimento e della scoperta diventa del tutto ingiustificabile se mette i popoli indigeni a rischio.


Leggi le regole di Survival per un turismo responsabile e rispettoso dei popoli indigeni.


Leggi anche di Uomini nelle gabbie, il libro di Viviano Domenici che racconta il fenomeno dell’esibizione di esseri umani e denuncia una mentalità che continua a vedere gli Altri come animali da ammaestrare, barbari da civilizzare, sudditi da conquistare.