Mappe indigene

“Quando vediamo la foresta pensiamo ‘Questa è la nostra foresta’. Ma ora il governo e i conservazionisti ci dicono che non lo è” ha detto Lambombo, un uomo Baka del Camerun. Molti popoli indigeni avevano territori ben definiti ancora prima che le nazioni in cui oggi vivono fossero addirittura immaginate.
Quando furono disegnate le mappe dei paesi e delle aree protette, i confini indigeni furono generalmente ignorati.
Sono orgoglioso che il territorio del mio clan sia stato demarcato.
Anziano Ogiek, Kenya
Dal momento che in molti paesi i territori indigeni non sono stati misurati o riconosciuti ufficialmente, i governi e il settore privato hanno potuto ignorare del tutto i loro confini o ridurli sensibilmente, senza neppure consultare le tribù interessate. I popoli indigeni possono affrontare questo problema disegnando autonomamente le mappe delle terre che hanno sempre conosciuto e delle risorse su cui hanno sempre fatto affidamento.
Un uomo Ogiek mentre caccia, Kenia. © Yoshi Shimizu/Survival
Queste mappe raccontano la vasta conoscenza che ogni tribù ha della propria terra, e ne rendono più facile la comprensione da parte di altri: sono un utile strumento a disposizione dei popoli indigeni quando devono rivendicare i propri diritti e ostacolarne la violazione da parte dei governi. Quando il governo del Botswana cercò di sfrattare i Boscimani dalla Central Kalahari Game Reserve, la comunità disegnò delle mappe dettagliate dei suoi territori e dell’uso che ne faceva. Queste mappe sono state utilizzate con successo durante la battaglia processuale intentata dai Boscimani per vedersi riconoscere il diritto di vivere nella terra ancestrale.
“Noi Boscimani conosciamo la nostra terra” ha detto a Survival uno dei Boscimani che ha partecipato al lavoro di mappatura. “Noi diamo un nome a qualsiasi cosa: i cespugli, le piante e gli alberi. Li chiamiamo con nomi che si riferiscono a fatti successi lì.” “Noi Boscimani conosciamo la nostra terra meglio di chiunque altro, e l’abbiamo mappata nel modo in cui la conosciamo. Ora è su carta, è ben documentata.” La mappatura delle terre delle comunità non è uno strumento perfetto, e le mappe in sé non garantiscono alla tribù il controllo del territorio. Ma possono rivelarsi uno strumento importante per i popoli indigeni che devono difendere le loro terre e le loro risorse da chi vorrebbe accaparrarsele h2. Mappatura e conservazione I migliori progetti di conservazione dipendono dalle persone. Le grandi organizzazioni conservazioniste stanno riconoscendo sempre più che la protezione dell’ambiente rischia di fallire se manca il sostegno della popolazione locale, specialmente nei casi in cui a questa viene negato l’accesso a risorse vitali, senza alternative adeguate.
Noi siamo i primi conservazionisti.
Martin Saning’o, Masai
Per avere successo, le aree protette devono avere il supporto e la fiducia dei popoli indigeni che le abitano: è necessario che si parli con loro sin dal principio, e che si lavori per ottenere il loro consenso libero, prioritario e informato sul progetto Prima di tracciare i confini delle aree di conservazione e di implementare i progetti di gestione, devono essere delineate le mappe della comunità, così da stabilire come, quando e da chi la terra viene utilizzata. Grazie a queste informazioni, popoli indigeni e ambientalisti possono lavorare insieme e stabilire modalità efficaci per proteggere i mezzi di sussistenza della tribù e difendere allo stesso tempo l’ecologia della regione.
I Pigmei dipendono dalle varie risorse che riescono abilmente a procurarsi nella foresta. © Kate Eshelby/Survival
I Pigmei Baka e Bagyeli del Camerun hanno mappato i loro territori tradizionali utilizzando il GPS (Sistema di Posizionamento Globale). Grazie ad esse, possono chiaramente dimostrare che parchi nazionali come Boumba Bek o Campo Ma’an, così come alcune concessioni destinate ai safari di caccia o al taglio del legname, sono parte delle loro terre ancestrali. La strada per il pieno rispetto dei diritti forestali dei Baka e dei Bagyeli è ancora lunga, ma le mappe sono state un punto di partenza costruttivo.

I limiti delle mappe

Il lavoro di definizione delle mappe può essere molto complesso, specialmente per i popoli nomadi, ma resta uno mezzo fondamentale per dimostrare che i nomadi e i cacciatori-raccoglitori non “vagano” a caso nella regione, ma hanno territori ben definiti e sistemi complessi per l’uso collettivo delle risorse della terra.
Se non prendiamo la decisione difficile di dove segnare i confini intorno alle nostre risorse, quelle persone li segneranno per noi.
Francis ole Ikayo, Masai
Identificando il luogo di un “villaggio” sulla mappa, le comunità nomadi corrono il rischio di essere forzate a rimanere in quel luogo anche in periodi difficili, in cui normalmente si sposterebbero altrove. Inoltre, le mappe rischiano di segnalare ad esterni dove si trovano certe specifiche risorse preziose facilitandone lo sfruttamento, o agevolare la vendita della terra della comunità a terzi.
Un pescatore Wichí con le reti usate per pescare i pesci dalle acque fangose del fiume, Argentina. © John Palmer/Survival
Le mappe non sono necessariamente un modo veloce e sicuro per ottenere il riconoscimento dei diritti. Ad esempio, la mappatura di alcune parti di territorio realizzata dai Wichí dell’Argentina con l’aiuto di Survival e di altri, ha portato ad un decreto di riconoscimento dei loro diritti territoriali ma, a distanza di 19 anni, quei diritti vengono ancora violati. Una volta realizzata la mappa, il passo successivo è fare in mondo che le persone la riconoscano e la rispettino, e che le autorità riconoscano e proteggano il diritto della tribù alla proprietà collettiva della sua terra.

Dal sito di Survival

* Parks need people
* Popoli e parchi
* I rifugiati della conservazione
* Custodi
* Aree protette

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