Di Fiona Watson, direttrice del Dipartimento Ricerca e Advocacy di Survival International

Due versioni di questo articolo sono state pubblicate dal The Guardian il 31 ottobre 2018 e da Il Fatto Quotidiano il 19 dicembre 2018

Durante la sua campagna elettorale, Jair Bolsonaro ha promesso che “non ci sarà un centimetro in più di terra indigena” sotto la sua guida. La sua vittoria incoraggia le bande brutali dei minatori e disboscatori, che mirano a sfruttare la terra e le risorse indigene.

Jair Bolsonaro , Presidente del Brasile, ha vinto il premio di Survival International “Razzista dell’Anno 2019”Jair Bolsonaro , Presidente del Brasile, ha vinto il premio di Survival International “Razzista dell’Anno 2019”
© Cleia Viana/Câmara dos Deputados CC-BY-3.0

Il Brasile ha appena eletto come suo presidente un nazionalista di estrema destra, con tendenze dittatoriali e inclinazioni fasciste. I 900.000 indigeni brasiliani sono una delle tante minoranze contro cui Jair Bolsonaro si è ripetutamente scagliato con virulente ostilità. “È un peccato che la cavalleria brasiliana non sia stata efficiente quanto quella americana nello sterminare i suoi Indiani”, ha affermato un giorno. Se il neo-presidente manterrà davvero le sue promesse elettorali, i primi popoli del Brasile rischiano la catastrofe e, in alcuni casi, il genocidio.

Nel paese vivono circa 100 tribù incontattate, più che in qualunque altro luogo al mondo, e a meno che le loro terre non vengano protette, sono tutte in pericolo . Bolsonaro ha infatti minacciato di smantellare il FUNAI, il Dipartimento agli Affari Indigeni del governo incaricato di proteggere le terre indigene. Il FUNAI sta già lottando contro severi tagli al suo budget e se dovesse essere cancellato davvero, i popoli incontattati rischieranno lo sterminio.

In luglio il FUNAI ha diffuso il video di un uomo noto come l’Ultimo della sua tribù: unico superstite delle ondate di attacchi genocidi avvenuti negli anni ’70 e ’80, quando i taglialegna e gli allevatori si facevano strada nella foresta radendola al suolo. Gli invasori hanno assassinato tutta la sua famiglia, la sua comunità e quelle vicine. Se i meccanismi per proteggere i territori indigeni e impedire simili atrocità – già miseramente inadeguati – saranno rimossi, questa parte essenziale della diversità umana verrà spazzata via per sempre.

L’Ultimo della sua tribù. Fotogramma da un video diffuso dal FUNAI nel luglio 2018.L’Ultimo della sua tribù. Fotogramma da un video diffuso dal FUNAI nel luglio 2018.

© FUNAI

Secondo Bolsonaro “gli Indiani puzzano, non sono istruiti e non parlano la nostra lingua” e il “riconoscimento delle terre indigene è un ostacolo all’agro-business”. Ha affermato che ridurrà o abolirà le riserve degli Indiani amazzonici e in diverse occasioni ha giurato: “Se diventerò presidente, non ci sarà un solo centimetro di terra indigena in più”. Per poi correggersi e specificare che intendeva dire “neanche un millimetro”.

Le implicazioni per i popoli indigeni del paese, che dipendono totalmente dalla terra non solo per i loro mezzi di sussistenza ma anche per il loro benessere fisico e spirituale, sono profonde. La lotta per proteggere le vite dei popoli indigeni, e l’ecosistema da cui dipendono, è già brutale e violenta. Survival International lavora a stretto contatto con alcuni gruppi di Guajajara, nello stato brasiliano di Maranhão, che hanno deciso di farsi carico della protezione di ciò che resta del margine orientale della foresta amazzonica – non solo per le centinaia di famiglie guajajara che vi abitano ma anche per i loro vicini Awá incontattati, molto meno numerosi. Questi “Guardiani dell’Amazzonia” subiscono i violenti attacchi della potente mafia del legno che opera illegalmente nell’area: secondo alcune stime, dal 2000 sono stati uccisi fino a 80 membri della tribù.

I Guardiani Guajajara proteggono le loro foresta nellAmazzonia brasiliana.I Guardiani Guajajara proteggono le loro foresta nellAmazzonia brasiliana.
© Survival

Nel frattempo, a nord, nella più grande area di foresta pluviale sotto controllo indigeno al mondo, gli Yanomami sono assediati dai minatori illegali. La tribù – il cui territorio si estende oltre il confine, in Venezuela – è stata colpita da un’epidemia di morbillo importata, molto probabilmente, dagli invasori. La diffusione di questa malattia rappresenta una seria minaccia specialmente per i gruppi di Yanomami incontattati e l’assistenza medica, su entrambi i lati del confine, finora è stata inadeguata. Decine di persone sono morte. Oltre ad avere portato malattie, questi cercatori d’oro hanno anche sferrato attacchi violenti contro alcune comunità, spesso nell’impunità. Nel maggio scorso due Yanomami incontattati sarebbero stati assassinati dai minatori che lavorano illegalmente nei pressi della loro comunità.

Ora che i taglialegna, i minatori e tutti coloro che vogliono accaparrarsi la terra si sentono instigati da Bolsonaro, è molto probabile che nei territori indigeni di tutto il Brasile queste incursioni aumenteranno e che saranno sempre più violente. A pagarne il caro prezzo saranno gli indigeni e l’ambiente. Sono sempre di più, infatti, gli studi che dimostrano che rispettare adeguatamente i diritti territoriali indigeni e riconoscere a questi popoli la gestione delle loro terre è il modo più efficace ed economico per proteggere l’ambiente. I popoli indigeni sono i migliori conservazionisti e custodi del mondo naturale, e gestiscono il loro ambiente e la sua fauna meglio di chiunque altro.

In passato, gli Yanomami furono devastati da focolai di malattie mortali introdotte con linvasione del loro territorio da parte di cercatori doro.In passato, gli Yanomami furono devastati da focolai di malattie mortali introdotte con linvasione del loro territorio da parte di cercatori doro.

© Antonio Ribeiro/Survival

Quanto alle tribù che sono già state sfrattate dalla loro terra, il regime di Bolsonaro potrebbe distruggerle come popoli. Survival lavora da decenni con i Guarani del Mato Grosso do Sul, derubati delle loro terre dagli allevatori e dall’agro-business: oggi vivono in riserve sovraffollate o in accampamenti ai margini delle autostrade, nella povertà più assoluta. Nel Brasile di Bolsonaro la loro già misera esistenza diventerà ancora più miserabile. Senza la speranza di un futuro significativo, molti giovani guarani si tolgono la vita: la tribù soffre di uno dei tassi di suicidio più alti al mondo. I diritti territoriali esistenti, ora gravemente minacciati, sono la sola cosa che può impedire che questo scenario si ripeta anche in molte altre aree dell’Amazzonia.

I discorsi intrisi di odio di Bolsonaro alimentano una retorica pubblica in cui l’incitamento all’odio razziale viene interpretato come il via libera a uccidere nell’impunità. Almeno 110 indigeni sono stati assassinati in Brasile nel 2017, e sono già diversi i segnali che dicono che questi numeri cresceranno. Nel giorno delle elezioni una comunità guarani è stata attaccata da alcuni sicari armati e 15 persone sono rimaste ferite, tra queste un bambino di 9 anni. Durante una grave minaccia registrata all’interno dello stesso Congresso brasiliano, Bolsonaro ha spiegato alle tribù dello stato di Roraima quello che intende fare a Raposa Serra do Sol, un vasto territorio indigeno riconosciuto nel 2005 dopo anni di aspri conflitti con gli allevatori: “Stracceremo Raposa Serra do Sol, e daremo armi a tutti gli allevatori…”

Resta da vedere in che misura Bolsonaro riuscirà davvero a distruggere i diritti costituzionali riconosciuti agli indigeni, ma è chiaro che è in gioco l’anima del Brasile, il futuro della foresta amazzonica e la straordinaria diversità umana rappresentata dalle 350 tribù del paese. Il Brasile ha dimostrato che se la terra dei popoli indigeni viene protetta adeguatamente, non sono solo questi popoli a prosperare, ma anche alcuni degli ecosistemi più diversi e minacciati – dalle foreste Amazzonica e Atlantiche, alle savane.

Nel 1969, quando fu fondata Survival International, alcuni sostenevano che i popoli indigeni in Brasile sarebbero presto scomparsi; il prossimo anno celebreremo il nostro 50esimo anniversario e questi popoli sono ancora qui, ma avranno bisogno di tutto il sostegno dell’opinione pubblica internazionale per affrontare quello che potrebbe essere un imminente genocidio. Le alleanze con le organizzazioni indigene – sia a livello istituzionale che di società civile – possono esercitare una forza importante; amplificando le voci indigene su scala internazionale possiamo cambiare il mondo in loro favore.

“Se i popoli indigeni si estinguono e muoiono, si ritroveranno in pericolo le vite di tutti perché noi siamo i guardiani della natura” hanno detto di recente i Guarani. “Senza foresta, senza acqua, senza fiumi non c’è né vita né speranza per nessun brasiliano. Abbiamo resistito 518 anni fa; tra vittorie e sconfitte continuiamo a lottare, la terra è nostra madre. Finché splenderà il sole e all’ombra di un albero ci sarà aria fresca, finché ci sarà ancora un fiume in cui bagnarsi, noi continueremo a combattere.”


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I popoli indigeni contano almeno 370 milioni di persone e abitano in più di 60 nazioni diverse. Tra loro, circa 150 milioni vivono in società tribali. Leggi altre informazioni su di loro. Sulle battaglie che combattono e l’aiuto che puoi fornire loro. Iscriviti alla nostra newsletter per aggiornamenti saltuari.

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