“La decimazione dei popoli nativi delle Americhe è come un’ossessionante domanda che fluttua nel vento: come abbiamo potuto permettere che accadesse?”
Nelson Mandela, 1996

Il 23 febbraio del 1969, il Sunday Times inglese pubblicò un articolo che scioccò i lettori di tutta la nazione. Si intitolava Genocidio e portava la firma di uno dei più grandi giornalisti di tutti i tempi, Norman Lewis.

L’editore aveva inviato Lewis a investigare sui risultati di un’indagine intrapresa dallo stesso governo brasiliano nel marzo del 1968. Voci sempre più insistenti raccontavano che nella foresta amazzonica si stava ripetendo la tragedia che aveva decimato i Nativi Americani durante l’ultimo secolo ma, questa volta, compressa in un brevissimo arco di tempo. Sembrava che laddove prima vivevano centinaia di Indiani, ne sopravvivessero ora solo poche decine, mantenute in vita solo grazie alla paternalistica sollecitudine dello SPI, il Servizio governativo per la protezione dell’Indio istituito dal governo nel 1910.


© Don McCullin

“Ma in tutti quei racconti – ed erano davvero tanti”, scriveva Lewis, “c’era una zona di silenzio, una mancanza di sincerità e di responsabilità sociale, un’evidente avversione a scavare nella direzione da cui la distruzione avanzava. Sembrava che dovessimo limitarci a supporre che gli Indiani si stessero semplicemente dissolvendo, uccisi dal duro clima dei tempi, e che fossimo tutti invitati a non porre ulteriori domande.”

Il compito di risolvere il mistero era stato lasciato nelle mani dello stesso governo brasiliano e, in verità, era stato portato a termine con una franchezza brutale e disarmante. Il procuratore generale Jader Figueiredo, spiegava Lewis nell’articolo, era stato incaricato di visitare gli avamposti dello SPI in tutto il paese alla ricerca di prove di abusi e atrocità. In 58 giorni di indagini aveva compilato un dossier di 5115 pagine da cui si evinceva chiaramente che negli ultimi 10 anni migliaia di persone erano state virtualmente sterminate “non nonostante gli sforzi dello SPI ma anzi con la sua connivenza, spesso con la sua ardente collaborazione”.

Oggetto di indagine non erano i massacri che nei secoli precedenti avevano ucciso oltre 6 milioni di Indiani brasiliani, ma le azioni criminali compiute negli ultimi anni nei confronti dei sopravvissuti. Le tragiche perdite subite dalle tribù indiane in quella drammatica decade erano catalogate solo in parte. Tuttavia, il dossier, pesante 103 chili, documentava dettagliatamente assassini di massa, torture e guerre batteriologiche, casi di schiavitù, abusi sessuali, furti e negligenze.

Il rapporto rendeva noto che alcuni gruppi di Indiani Pataxó erano stati infettati deliberatamente col vaiolo; che i fazendeiro avevano fatto ubriacare i Maxacali per poi farli più agevolmente uccidere dai sicari; che i Cinta Larga erano stati massacrati con candelotti di dinamite lanciata dagli aerei sopra i loro villaggi; che la tribù dei Beiços-de-Pau era stata sterminata con cibo intriso di arsenico e insetticida. L’autore paragonava le sofferenze degli Indiani a quelle subite dagli Ebrei nei campi di concentramento nazisti e concludeva affermando che 80 tribù si erano completamente estinte mentre di molte altre sopravviveva solo qualche singolo individuo.


© Donald McCullin

L’inchiesta giudiziaria promossa in seguito alle denunce del rapporto aveva portato all’incriminazione di 134 funzionari governativi, accusati di oltre 1000 crimini diversi. 38 di loro furono licenziati ma nessuno andò mai in carcere. Il dossier non fu mai reso pubblico: al di fuori del governo lo lessero poche persone e, pochi anni dopo, bruciò in un misterioso incendio. La sua scomparsa però arrivò tardi perché aveva già causato un clamore pubblico tale da superare i confini della nazione giungendo fino in Inghilterra.

All’editore del Sunday Times giunsero centinaia di lettere di sgomento e, in pochi giorni, dall’incontro dei lettori più indignati e risoluti a intervenire nacque Survival International. Nei tre anni successivi, i missionari della Croce Rossa, Survival e l’Aborigines Protection Society visitarono decine di tribù e la pubblicazione delle loro scoperte portò finalmente la tragedia degli Indiani amazzonici all’attenzione del mondo intero.

Fondata con l’obiettivo di aiutare i popoli indigeni a difendere le loro vite e le loro terre contro ogni forma di violenza, persecuzione e razzismo, da allora Survival ha continuato a crescere e a espandere il suo raggio d’azione fino a diventare il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni. Lottiamo per la loro sopravvivenza, in tutto il mondo. Per i popoli indigeni stessi, per la natura, per tutta l’umanità.