Bartolomé de Las Casas, protettore degli Indiani, era un missionario spagnolo del XVI secolo con la passione della giustizia sociale. Di Joanna Eede.

Il frate domenicano Bartolomé de Las Casas, autore di Brevísima relación de la destrucción de las Indias, scritto nel 1542 e pubblicato nel 1552.Il frate domenicano Bartolomé de Las Casas, autore di Brevísima relación de la destrucción de las Indias, scritto nel 1542 e pubblicato nel 1552. © Public Domain/Survival

Dopo che lo ebbero legato al palo, appena prima di accendere il fuoco, un sacerdote spagnolo offrì al leader Indiano Hatuey la grazia spirituale. Avrebbe voluto garantirsi l’ingresso dell’anima in paradiso, convertendosi al Cristianesimo?

Hatuey ragionò sulla proposta. “In paradiso, ci sono persone come lei?” chiese. Quando il prete lo rassicurò che sì, avrebbe trovato persone come lui, Hatuey rispose che preferiva andare all’inferno, dove non avrebbe trovato uomini tanto crudeli.

Hatuey morì 500 anni fa, a Cuba. Le persone che voleva evitare ad ogni costo – rischiando perfino la dannazione eterna – erano i conquistatori spagnoli.

La morte di questo leader indiano giocò un ruolo cruciale nel plasmare i valori fondanti della fede di un uomo: Bartolomé de Las Casas.

Originariamente possessore di schiavi, divenne poi Vescovo e infine scrittore, e lottò tutta la vita contro le ingiustizie criminali che i colonizzatori infliggevano agli Indiani sudamericani.

“Il lavoro dei missionari nel mondo si differenzia per almeno tre atteggiamenti differenti, e innumerevoli sotto-sfumature” dichiara Stephen Corry, direttore generale di Survival International. “Ci sono quelli che, come Bartolomé, identificano la loro missione con lo stare in mezzo agli oppressi contro gli oppressori. Altri pensano di dover estendere il potere imperiale della loro chiesa; infine, ci sono alcuni che hanno come unico scopo quello di salvare delle anime, a qualsiasi costo umano”.

“Come protettore degli Indiani, de Las Casas fu uno dei primi missionari a sostenere i diritti degli oppressi e a difendere le vite dei popoli indigeni.”

Carta nautica di Hispaniola e Porto Rico, di Joan Vinckeboons, 1639 circa.Carta nautica di Hispaniola e Porto Rico, di Joan Vinckeboons, 1639 circa. © Public Domain/Survival

Contemporaneo di Cristoforo Colombo, de Las Casas si recò nel 1502 a La Española, l’isola dei Carabi oggi conosciuta come Haiti e Repubblica Dominicana. All’epoca era abitata dal popolo indigeno dei Taínos. Pare che i coloni spagnoli già insediati avessero accolto i nuovi arrivati con queste parole: “L’isola va molto bene, stiamo estraendo molto oro.”

All’inizio, Bartolomé si insediò come commerciante ed encomendero – cioè possessore di schiavi indiani – su “una collina praticamente circondata da un bellissimo e spumeggiante ruscello”, e raccontava che quelle persone “erano ingenue e assolutamente prive di malvagità.”

Ma se agli Indiani non erano malvagi, i conquistatori compensavano. Si stima al loro arrivo, le Americhe fossero abitate da 100 milioni di persone. Il 90% morì in seguito al contatto, a causa di malattie importate dagli Europei verso cui non avevano difese immunitarie.

Quelli che non morirono di malattia, furono trattati con “inaudita crudeltà” dagli aggressivi invasori. Davano i bambini indiani in pasto ai cani, andavano a caccia degli adulti per sport, bruciavano gli uomini vivi. “Non ci pensavano due volte a uccidere dieci o venti persone per passatempo o per testare il filo delle loro spade”, scrisse de Las Casas. “Un giorno… gli Spagnoli fecero a pezzi, decapitarono o violentarono 3.000 Indiani. Tagliarono le gambe dei bambini che gli capitarono davanti. Versarono zuppa bollente sulle persone. Ho visto tutte queste cose… e innumerevoli altre.”

Dimostrando rara intuizione, de Las Casas capì i motivi reconditi dei conquistatori. Sebbene gli Spagnoli portassero con sé, in ogni battaglia, il Requerimiento – un documento reale che riconosceva alla Spagna il diritto divino alla sovranità – de Las Casas credeva che la diffusione della Parola di Dio non fosse nient’altro che un’astuzia, un espediente. La forza motivante era l’ambizione e non l’altruismo; l’obiettivo l’oro e non Dio.

Cominciò a credere che i conquistatori si facessero strada nel “Nuovo Mondo” devastando e massacrando, come “selvagge bestie affamate”, non solo in omaggio a Cristo ma per “ingrassarsi di ricchezza”. Sospettò che avessero attraversato l’Atlantico non solo per diffondere la Parola del Signore, ma per estrarre l’oro dai fiumi dell’Amazzonia e i minerali dalla terra che giaceva sotto i loro avidi piedi. “Il nostro lavoro” diceva de Las Casas, “era esasperare, devastare, uccidere, mutilare, distruggere”. I conquistatori distruggevano vite e terre e dicevano agli Indiani che per salvare le loro anime, avrebbero dovuto diventare Cristiani.

“Costruivano forche in modo che i piedi sfiorassero appena la terra… e poi bruciavano vivi gli Indiani.” Illustrazione di Theodor de Bry contenuta in “Breve relazione sulla distruzione delle Indie”.“Costruivano forche in modo che i piedi sfiorassero appena la terra… e poi bruciavano vivi gli Indiani.” Illustrazione di Theodor de Bry contenuta in “Breve relazione sulla distruzione delle Indie”. © Public Domain/Survival

Lo sradicamento sistematico degli stili di vita degli indigeni e delle loro credenze è, ancora oggi, una delle armi più potenti usate per opprimere i popoli tribali. Lo zelo religioso di alcuni gruppi evangelici estremisti è tale da indurli ancora oggi a spingere le persone a convertirsi per sfuggire all’inferno. La New Tribe Mission, un’organizzazione missionaria contemporanea ha persino organizzato spedizioni di primo contatto forzato con alcuni gruppi tribali, con conseguenze devastanti.

“Per alcuni gruppi missionari, che il popolo muoia o meno durante il processo di contatto a causa di malattie importate dall’esterno sembra essere di importanza relativa rispetto alla possibilità di assicurare loro la salvezza eterna”, dichiara Stephen Corry.

Se l’avidità dei conquistatori non conobbe limiti, lo stesso può dirsi dell’integrità e del coraggio indignato di Bartolomé de Las Casas. Disgustato dall’ipocrisia di uomini che proclamavano pie ispirazioni mentre dispensavano gli orrori dell’inferno, fu anche influenzato da un gruppo di religiosi Domenicani che chiedevano ai conquistatori: “Diteci perché, con che diritto riducete gli Indiani a questa orribile e crudele schiavitù? Non sono forse uomini anche loro?”.

De Las Casas cambiò la sua visione del sistema intorno al 1515, liberò i suoi schiavi indiani e cominciò a denunciare le menzogne. Si sentì moralmente obbligato a informare la corte spagnola di quanto veniva fatto nel nome di Cristo.

“Voglio interrompere il silenzio criminale sulla rovina che queste persone hanno causato a un numero incalcolabile di anime e corpi”, scrisse. “Ho deciso di stampare alcuni dei tantissimi episodi di cui sono stato testimone in passato, perché sono tutte verità.”

E queste verità, descritte in lunghi memoriali sui maltrattamenti inflitti agli Indiani – uno tra i più famosi è intitolato “Breve relazione sulla distruzione delle Indie” – indussero Carlo V a promulgare, nel 1552, la “Nuova Legge”, che aboliva la schiavitù e il sistema dell’ encomienda, con la conseguente liberazione di migliaia di schiavi.

Prima pagina di “Brevíssima relación de la destrucción de las Indias” (una breve sintesi della Distruzione delle Indie), 1552.Prima pagina di “Brevíssima relación de la destrucción de las Indias” (una breve sintesi della Distruzione delle Indie), 1552. © Public Domain/Survival

Oggi, de Las Casas è considerato come uno dei primi attivisti per i diritti umani al mondo; per alcuni è il padre della Teologia della Liberazione, una corrente diventata movimento nei primi anni ’60, secondo cui la Chiesa dovrebbe farsi promotrice di cambiamenti sociali.

“Dagli anni ’60 in poi, i missionari della liberazione hanno cominciato vedere il loro impegno cristiano come Bartolomé de Las Casas considerava il suo”, commenta Stephen Corry. “Non credevano di dover operare per convertire i pagani, piuttosto volevano mettersi in gioco per aiutare chi ne aveva bisogno. De Las Casas fu davvero all’avanguardia in questo tipo di approccio missionario”.

Questi ideali, tuttavia, sono spesso portati avanti solo al prezzo di un grande costo personale. De Las Casas subì la disapprovazione, la rabbia e le minacce di morte di molti suoi contemporanei; dopo di lui, moltissimi missionari furono assassinati per i loro principi umanitari.

Quella di De Las Casas non fu una sfida personale, ma un’azione motivata da un profondo senso della giustizia. “Ci sono molte altre persone che, come lui, oggi lottano a fianco dei popoli tribali. Ma per la loro compassione, a volte pagano il prezzo più alto”, aggiunge Stephen Corry.

L’uomo che cantò la prima Messa celebrata nelle Americhe divenne anche il primo a difendere le vite e le terre dei popoli indigeni del continente. De Las Casas sapeva bene che gli indigeni non erano inferiori ai loro oppressori. Sapeva che “tutte le persone su questa terra sono uomini” – esseri umani razionali, parte di un’unica comunità umana. “Perché i popoli di queste nostre Indie sono umani… e non sono inferiori a nessuno”, disse.

“Farò tutto quello che potrò, se Dio mi dà lunga vita” scrisse. Visse 92 anni. Fino alla sua morte, avvenuta nel 1566 in un convento di Madrid, lavorò per porre termine alle oppressioni razziste nei confronti degli Indiani sudamericani, e continuò a denigrare l’ipocrisia e la crudeltà dei conquistatori.

[Traduzione di Elena Pozzi.]

“La razza umana è una sola… tutti gli esseri umani sono nati liberi e uguali in dignità e diritti.” Bartolomé de Las Casas. Dipinto di Felix Parra, 1875.“La razza umana è una sola… tutti gli esseri umani sono nati liberi e uguali in dignità e diritti.” Bartolomé de Las Casas. Dipinto di Felix Parra, 1875. © Public Domain/Survival