Riserve delle tigri, India

 

Sfratti illegali, minacce e abusi

Alcuni dei popoli tribali dell’India vengono sfrattati illegalmente dalle loro terre ancestrali nel nome della conservazione delle tigri. Gli vengono fatte promesse di terre alternative, di case e denaro, ma si tratta di menzogne: spesso ricevono poco o nulla, e finiscono per vivere ai margini del loro territorio, nello squallore più totale.

Tutto ciò è illegale – la legge dice che possono restare, ma quotidianamente le guardie forestali li arrestano, li multano, li picchiano e li minacciano fino a quando non se ne vanno.

Bardan Singh, un anziano Baiga, ha subito abusi da parte dei guardaparco nella riserva delle tigri di Kanha, in India. © Survival

Le guardie forestali mi hanno picchiato finché non sono caduto giù dall’albero. Mi sono rotto l’anca e non riuscivo più a stare in piedi. Camminando carponi ho raggiunto il confine del parco. Le guardie mi hanno abbandonato e sono andate via.

Bhardan Singh, Kanha, febbraio 2013

 

 

Se vuoi salvare la tigre, non mandar via i popoli tribali

Non ci sono prove che lo sfratto dei popoli tribali possa proteggere le tigri: in realtà, è più probabile che le danneggi. I popoli indigeni sono infatti i migliori conservazionisti e custodi del mondo naturale – dovrebbero essere in prima linea nella conservazione della tigre ma, al contrario, ne vengono esclusi.

Ben lungi dall’uccidere le tigri, spesso gli indigeni le considerano sacre. Esistono persino prove che dimostrano che nelle aree in cui gli indigeni non sono stati sfrattati vivono più tigri. Le folle di turisti possono stressare gli animali, e alle tigri viene meno la possibilità di cacciare il bestiame delle comunità tribali.

L’industria della conservazione devasta le vite dei popoli tribali, ma Survival sta combattendo contro gli abusi. Sappiamo che i popoli indigeni sanno prendersi cura del loro ambiente meglio di chiunque altro.

Prima, tutto era giungla. Noi eravamo la giungla, la giungla ci dava tutto. Eravamo felici. Eravamo forti e in forma. Ora è tutto recintato e non abbiamo più niente. Non siamo più forti. Non siamo più sani. È la nostra giungla. Dovremmo essere noi a proteggerla.

Sakru Dhurwey, Baiga

 

 

Cosa puoi fare?

Il Forest Rights Act indiano riconosce alle comunità indigene il diritto a rimanere nella propria terra e di raccoglierne i frutti, anche quando viene convertita in area di conservazione. Tuttavia, tali diritti vengono continuamente violati, e molti indigeni non sanno nemmeno che esistono.

Ma c’è speranza. Survival sta lavorando con alcuni partner locali per assicurare che i popoli indigeni dell’India siano informati dei loro diritti. Abbiamo lanciato una campagna per impedire ulteriori sfratti dalle riserve delle tigri e stiamo sostenendo chi vuole essere risarcito per le ingiustizie subite in passato.

Abbiamo bisogno del tuo aiuto per fermare l’ultima ondata di sfratti. Per favore, passa subito all’azione.

 

I Baiga e i Gond sono stati banditi dalla Riserva delle tigri di Kanha, in India, che è stata la loro casa per innumerevoli generazioni. © Survival

 

Vivere nella paura: la riserva delle tigri di Kanha

Un uomo Gond intervistato da Survival prima del suo sfratto. © Survival

Alcune comunità indigene hanno vissuto per decenni nella paura di essere sfrattate da una popolare meta turistica, la Riserva delle tigri di Kanha. Molti villaggi sono già stati smantellati. Vite e mezzi di sostentamento degli abitanti sono andati distrutti.

Le immagini di questo video sono state girate nel 2012. In seguito, gli abitanti del villaggio furono sfrattati.

I Baiga sfrattati dalla riserva possono ricevere qualche misera offerta di lavoro nell’industria turistica, o essere impiegati come guide. Non avendo alternative, molti sbarcano il lunario raccogliendo legna da ardere dentro la riserva, per rifornire gli alberghi vicini. Se vengono scoperti, rischiano multe e pestaggi. Ma a rischiare il pestaggio sono indistintamente tutti i Baiga sorpresi all’interno della riserva, sia che lavorino per gli alberghi o che raccolgano i prodotti della foresta per se stessi.

Vedono centinaia di veicoli di turisti aggirarsi nelle loro terre alla ricerca delle tigri, e sempre nuovi alberghi spuntare nelle stesse aree da cui loro sono stati sfrattati.

L’industria del turismo sta danneggiando la conservazione. Perché organizzazioni come il WWF la sostengono?

Alcuni turisti osservano una tigre nel Parco Nazionale di Bandhavgarh. © Brian Gratwicke

 

Parks need peoples

Il futuro dei Baiga si prospetta triste e incerto come quello di tutti i popoli indigeni derubati delle loro terre e delle loro risorse. Un tempo erano comunità autosufficienti, oggi sono costretti a dipendere dagli aiuti alimentari mentre si diffondono malattie fisiche e mentali, malnutrizione e alcolismo, e l’aspettativa di vita diminuisce drasticamente.

I Baiga e i Gond hanno alimentato e convissuto con la flora e la fauna di Kanha per generazioni. Hanno contribuito a catturare i bracconieri, a controllare gli incendi nella foresta e a monitorare la fauna. Ma una volta sfrattate, le comunità possono covare un’ostilità crescente verso le misure di conservazione e il turismo ad essa collegato, che hanno causato loro tanta sofferenza.

Quando i loro mezzi di sostentamento vengono distrutti e il loro legame con la foresta viene reciso, perdono la motivazione a collaborare con i conservazionisti, che finiscono così per inimicarsi proprio le persone che dovrebbero essere loro alleate nella protezione dell’ambiente.

La conservazione delle tigri continuerà a fallire fino a quando i diritti territoriali dei popoli indigeni non saranno rispettati e tutti avranno finalmente accettato il fatto che gli indigeni devono stare al centro delle misure adottate ai fini della conservazione. I popoli indigeni sanno prendersi cura del loro ambiente meglio di chiunque altro.

Nel 2011, i Soliga hanno fatto storia vedendosi riconoscere i diritti forestali su un’area che era stata convertita in riserva delle tigri. Rischiavano di essere sfrattati, ma hanno avuto la meglio. Il successo dei Soliga ha dato speranza ad altre comunità indigene derubate delle loro terre nel nome della “conservazione”. © Shrenik Sadalgi/Survival

 

Il mio cuore piange

Il campo di Asan Kudar, dove dal 2013 vivono sotto teloni di plastica oltre un centinaio di indigeni Khadia sfrattati dalla Riserva delle tigri di Similipal. Hanno ricevuto solo una piccola parte del risarcimento promesso. I giornali indiani hanno lodato questo sfratto come un modello di “successo”. © Survival International

Il Dipartimento alle Foreste era così entusiasta di questo “villaggio” che ad uncerto punto ha portato alcuni indigeni Munda a visitarlo con la convinzione che essi avrebbero così accettato volentieri di “trasferirsi”.

Telenga Hassa; il suo villaggio rischia di essere sfrattato dalla Riserva delle Tigri di Similipal. © Survival International

Ma questo è l’appello con cui Telenga Hassa, uno dei visitatori Munda, ha risposto: “Vi chiediamo di permetterci di rimanere nello stesso villaggio in cui siamo ora. Proteggeremo la fauna – lo promettiamo. Non ci trasferite! Lasciateci restare dove siamo ora”.

“Siamo stati lì [nel villaggio di reinsediamento di Asankudar]. Vedere le loro condizioni mi ha fatto piangere il cuore. Per favore, non trasferiteci. Lasciateci vivere nello stesso villaggio dove siamo ora.”

Telenga lotta per il diritto della sua comunità a vivere nella foresta e a proteggerla. Il Dipartimento indiano alle Foreste sta esercitando una forte pressione sul villaggio, per indurre tutti gli abitanti a trasferirsi.

Per favore, aiutateci a sostenere questa e altre comunità che vogliono resistere agli sfratti illegali.

 

 

 


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