Secondo Lewis Evans, di Survival International, il dottor Mordecai Ogada – conservazionista di professione – e il suo collega giornalista keniota John Mbaria, lanciano un’importante sfida alla narrativa conservazionista predominante.

La copertina del libro di John Mbaria e Mordecai Ogada. © Lens&Pens PublishingLa copertina del libro di John Mbaria e Mordecai Ogada. © Lens&Pens Publishing

Seduto in un lussuoso lodge per safari, Mordecai Ogada si godeva la vista del Kilimangiaro. Poteva vedere molte delle specie più emblematiche del continente africano – giraffe, bufali d’acqua e anche alcuni elefanti in lontananza. Per un conservazionista di professione come lui, con un dottorato in ecologia dei carnivori, la vista era tanto familiare quanto piacevole. Era trattato come un turista.

Qualcuno entrò e gli offrì un cocktail, poi uno dei suoi sponsor e padroni di casa bianchi – cioè le persone della cui generosità stava godendo – disse: “Dobbiamo spostare quel villaggio masai. Rovina la vista ai turisti”. Per il dottor Ogada, fu un momento decisivo. “Ero un nero qualificato, messo lì per rimediare a più di cinquant’anni di sfruttamento.”

The Big Conservation Lie [La grande bugia della conservazione] è un libro scritto da persone che appartengono davvero a uno dei paesi più importanti per la conservazione. Smonta molti dei miti più problematici del movimento conservazionista: l’esistenza di una natura selvaggia inviolata e mai “sfiorata da mani umane” fino all’arrivo degli Europei; la presunta mancanza di interesse e di competenze nei confronti della natura da parte dei conservazionisti nativi e delle comunità indigene; l’idea che senza un intervento straniero il bracconaggio violento sarebbe endemico, e così via.

Una narrativa coloniale
Ogada e Mbaria presentano da subito l’essenza della loro tesi: “la narrativa sulla conservazione della natura, in Kenya come in gran parte dell’Africa, è strettamente legata al colonialismo, a un razzismo virulento, all’esclusione deliberata dei nativi, alla corruzione sotterranea, all’inganno continuo, a un culto della conservazione supportato da un gran numero di persone in occidente, e all’intenso sfruttamento della stessa natura selvaggia che i conservazionisti hanno sempre detto di voler proteggere”.

Per i colonizzatori, l’Africa è sempre stata un “territorio selvaggio e incontrollabile” – terra di specie “carismatiche” che possono essere ammirate (o cacciate) da lontano. Generalmente la narrativa convenzionale suggerisce che soltanto le competenze degli europei e degli americani siano in grado di addomesticarlo e proteggerlo. Secondo gli autori questo ha dato un enorme potere alle ONG occidentali, come la Wildlife Conservation Society. Ha anche permesso ai “salvatori” bianchi (e i “salvatori” sono sempre bianchi!) – come George Adamson, Jane Goodall e Ian Douglas-Hamilton – di farsi avanti e fare la differenza. Non c’è posto per gli africani in questa storia.

Miti pericolosi
Ogada e Mbaria vanno a colpire alcune delle figure mitiche della conservazione. George Adamson, per esempio, il bianco britannico su cui si basa il film del 1966 “Nata Libera”, è dipinto come un opportunista, un uomo d’affari fallito, che accettò donazioni per la conservazione anche se era un cacciatore di trofei con quasi nessuna esperienza nel settore. Gran parte dello sdegno degli autori si riversa sul Kenya Wildlife Service (KWS). Nonostante si presenti come un’organizzazione conservazionista, viene mostrata la vera faccia di questo “servizio”: è composto soprattutto da soldati in pensione e da mercenari, pesantemente armati e organizzati come una milizia.

Gestita per anni da Richard Leakey, un ricco keniota bianco di origine britannica, l’organizzazione è accusata di corruzione, di violenze e di aver perpetrato l’appropriazione di alcune delle terre più fertili del Kenya da parte dei coloni inglesi e dei loro eredi. Come gli autori fanno notare, il KWS riceve finanziamenti, equipaggiamento e addestramento da diverse potenze occidentali, tra cui gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Tuttavia questo non gli impedisce di trarre profitti dalla terra, che in teoria dovrebbe proteggere e a cui deve la sua esistenza, sfruttandola per il turismo e facendo accordi con grandi società minerarie e farmaceutiche. Risulta che abbia stretto accordi con la multinazionale tedesca Bayer, e che alcuni dei suoi più alti funzionari siano coinvolti in crimini contro la fauna selvatica, tra cui il traffico di avorio. Eppure, loro e i gruppi armati che comandano, sono considerati “al di sopra di ogni sospetto” dalle autorità keniane.

Il mancato rispetto del sapere indigeno
Allo stesso modo, gli autori denunciano l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), una delle più rispettate e grandi organizzazioni per la conservazione, per aver supportato un progetto che ha causato lo sfratto di migliaia di Masai dalle foreste che hanno vissuto e gestito per millenni. Questo è avvenuto nonostante la foresta Loita da cui sono stati cacciati fosse all’epoca ampiamente intatta, mentre quelle gestite da decenni dagli occidentali erano enormemente degradate. Tutto ciò è tipico “dell’agenda per lo sviluppo sociale definita dall’esterno” che gli autori criticano, e che spesso non porta a una conservazione efficace.

Molte organizzazioni per la conservazione occidentali, di afferma, esistono in primo luogo per assicurare visibilità ai loro fondatori: “Space for Giants” – un’iniziativa fondata dall’oligarca russo Evgeny Lebedev – ne è un esempio recente. L’organizzazione ha pubblicato diversi articoli di alto profilo e foto su “azioni” compiute nel nome della conservazione, ma – secondo gli autori – ha fatto ben poco di concreto, a parte chiedere più di 5000 dollari per persona (oltre che una donazione obbligatoria) per dei lussuosi safari. L’opinione di Ogada e Mbaria è che la conservazione promossa dagli occidentali non corrisponda ad altro se non alla “sorveglianza di vaste aree con enormi potenziali minerari, con il pretesto della conservazione della fauna selvatica.”

Soluzioni africane a problemi africani
Al posto di questo approccio neocoloniale, suggeriscono una collaborazione più stretta con le comunità locali e indigene, rispettando e ricorrendo alle straordinarie – ma sconosciute – competenze del mondo naturale che già esistono in gran parte del Kenya e del mondo. Sono moltissimi gli africani che lavorano nella conservazione, ma il loro lavoro viene raramente riconosciuto. Professionisti come il dottor Ogada sono importanti non soltanto perché esperti nel loro campo, ma anche perché fornirebbero un punto di vista diverso sull’approccio occidentale alla conservazione, che è profondamente difettoso e che ha fallito, anche secondo i suoi stessi canoni.

Allo stesso modo, ci sono milioni di persone in tutta l’Africa che hanno uno stile di vita largamente sostenibile e che avrebbero moltissime conoscenze da condividere, se solo i conservazionisti occidentali fossero disposti a fare un passo indietro e le lasciassero guidare il movimento ambientalista. Solo ascoltando i popoli indigeni dell’Africa – i migliori conservazionisti e custodi del mondo naturale – avremo almeno una possibilità di proteggere l’ambiente.

The Big Conservation Lie è vivamente consigliato a tutti coloro che sono interessati a questa battaglia, o che vogliono sfatare quei miti onnipresenti che impediscono al movimento ambientalista di progredire. È un libro coraggioso e importante che merita la vostra attenzione. Lewis Evans è responsabile dell’ufficio stampa di Survival International, il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni. The Big Conservation Lie può essere acquistato online sul nostro sito.


[Traduzione di Guilherme Pavia]

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