Il Direttore generale di Survival Stephen Corry ha sferrato unarringa contro il lavoro del famoso fotografo Jimmy Nelson, autore del libro fotografico Before they pass away.
Il Direttore generale di Survival Stephen Corry ha sferrato unarringa contro il lavoro del famoso fotografo Jimmy Nelson, autore del libro fotografico Before they pass away.

© Jimmy Nelson/teNeues

Esistono centinaia di libri fotografici di grande formato sui popoli indigeni ma probabilmente nessuno tanto estremo – e paradossale – quanto il popolare lavoro di Jimmy Nelson “Before they pass away” (Prima che scompaiano), edito da teNeues nel 2013. Il libro di Nelson è senza dubbio il più grande – pesa quasi 5 kg – e il più costoso – 128 €: ed è un “buon prezzo” se lo si paragona all’edizione per collezionisti (6.500 €) o a una stampa singola (119.000 €)!

Nelson afferma di essere partito con l’intenzione di “cercare antiche civiltà… e di documentare la loro purezza in luoghi dove esistono ancora culture inviolate”. Dal suo sito web apprendiamo che “ha trovato gli ultimi indigeni e li ha osservati. Ha sorriso e bevuto i loro misteriosi infusi. Ha condiviso con loro quello che condividono le persone vere: vibrazioni invisibili ma palpabili. Ha sintonizzato l’antenna sulle loro frequenze. Con il crescere della fiducia, si sviluppava una visione condivisa della missione: il mondo non deve dimenticare com’erano le cose!” Inutile specificare che le “culture” che Nelson avrebbe trovato sarebbero “rimaste immutate per migliaia di anni”.

A tutte queste sciocchezze corrispondono fotografie di indubbia bellezza e teatralità che ritraggono una ventina di popoli messi in posa come modelli dello studio pubblicitario in cui Nelson iniziò la sua carriera. I popoli "indigeni” (categoria che per qualche motivo comprende anche i Tibetani e i cowboy dell’America meridionale) vengono ritratti in modo da risultare il più possibile diversi da “noi”. E non solo nel modo di vestire e adornarsi, ma anche nelle pose: a Vanuatu, ad esempio, Nelson ha avuto “la fulminante idea” di “disporre tutti [gli indigeni] su un albero”.

Questo è proprio uno dei problemi del libro: il mondo è mai stato così? Le foto forniscono una rappresentazione “realistica”? O sono invece solo una fantasia del fotografo che ha poco a che vedere con il modo in cui i popoli ritratti nel libro appaiono oggi, o com’erano in passato?

Ovviamente, rappresentare un popolo in modo più esotico di quanto lo sia in realtà è un’abitudine ormai consolidata. Edward Curtis, che all’inizio del ventesimo secolo fotografò gli Indiani nordamericani, è stato probabilmente il primo, e il principale, esponente di questa tradizione (lo stesso Nelson si paragona spesso a lui).

Come molti altri dopo di lui, Curtis non voleva che gli oggetti occidentali deturpassero il suo ritratto e perciò li rimuoveva prima di scattare la fotografia o, dopo, nella camera oscura. Fotografava e descriveva gli Indiani come se lui fosse stato lì una generazione prima. Gli uomini erano sempre “coraggiosi” o “pronti alla guerra”, e generalmente, portavano abiti da cerimonia. L’ho battezzato il “trucco di Curtis”: è un’artificio onnipresente nei ritratti degli indigeni e può essere molto dannoso, soprattutto se si manca di citare il contesto reale delle fotografie, come spiegherò in seguito.

Allo stesso modo, Nelson spoglia i Waorani dell’Ecuador, lasciando loro solo il tradizionale cordino attorno alla vita, con l’esilarante aggiunta di una “foglia di fico” mai vista prima. Oltre agli indumenti che questa comunità insediata sul fiume Cononaco ormai indossa tutti i giorni da almeno una generazione (a meno che non si “travestano” per i turisti che li frequentano sin dagli anni ’70), Nelson li priva anche di accessori come orologi o spille per capelli.

Alcune ragazze waorani dellEcuador sono ornate per pudore con una foglia di fico che non ha mai fatto parte delle loro usanze.
Alcune ragazze waorani dellEcuador sono ornate per pudore con una foglia di fico che non ha mai fatto parte delle loro usanze.

© Jimmy Nelson/teNeues

Se non fosse che Nelson afferma di catturare “dati etnografici”, spingendosi persino ad affermare che il suo lavoro rappresenta qualcosa che altri non sono stati in grado di trasmettere – un’arrogante sciocchezza, probabilmente escogitata dal suo ufficio stampa – forse avremmo potuto ignorarlo.

Ma oltre all’errore evidente di considerare le culture indigene statiche, “immutate” e per questo rivolte al passato, sussiste anche un altro problema, altrettanto serio: fin dal titolo ci viene detto, erroneamente, che questi popoli stanno “scomparendo”. Il libro dovrebbe fungere da “catalizzatore per qualcosa di più grande” leggiamo. E ancora: “Se riusciamo a dar vita a un movimento mondiale che documenti e condivida immagini, pensieri e storie sulla vita indigena, attuale e passata, forse potremmo salvare dalla scomparsa una parte del nostro prezioso patrimonio culturale”.

Questo vacuo mantra secondo cui il semplice fotografarli o filmarli potrebbe “salvarli”, o altre variazioni sul genere, è diventato uno dei problemi che i popoli indigeni devono affrontare. Suggerisce che la loro “scomparsa” sia il risultato naturale e inevitabile della storia, di cui ci si può forse dispiacere, ma a cui non ci si può opporre. E dunque, perché preoccuparsene? Documentiamoli e conserviamoli nei musei finché possiamo, perché, come dimostrò Re Canuto un migliaio di anni fa, è inutile combattere l’inarrestabile avanzata del tempo e della marea…

In realtà, molte minoranze, e in particolare quelle tribali, non stanno “scomparendo” naturalmente: al contrario, vengono portate alla scomparsa dalla “nostra” società, che li deruba illegalmente delle loro terre e delle loro risorse. I Mursi dell’Etiopia – che Nelson considera “una tribù piuttosto primitiva” – vengono cacciati dalle loro terre per far spazio alle attività agroindustriali statali, ma di questo non troverete alcun cenno nel libro. Le tribù della Valle dell’Omo devono affrontare “serie preoccupazioni a causa dell’impatto di una diga gigantesca”. Ebbene: queste “preoccupazioni” consistono nel fatto di essere sfrattate a forza dalle lore terre, e di venir picchiate e imprigionate se si oppongono. E il tutto per mano di uno stato, l’Etiopia, che è uno maggiori beneficiari degli aiuti della cooperazione americana, britannica e italiana. E se pensate che, per questa ragione, “noi” chiediamo che nel paese vengano rispettati i fondamentali diritti umani, vi sbagliate: come sempre, chiudiamo un occhio.

È uno schema ricorrente in tutto il libro: dal Tibet al Papua Occidentale, dove gli indigeni subiscono da decenni stupri e omicidi da parte delle forze militari indonesiane; eppure Nelson ci racconta di loro solo che i Dani “sono stati definiti la tribù di cacciatori di teste più temuta del Papua”, e che il Papua Nuova Guinea è “un posto feroce dove vivono persone intrinsecamente selvagge”. Ma i Dani non erano “cacciatori di teste”! Si tratta solo di un’ulteriore menzogna spacciata dagli affaristi per attrarre i turisti creduloni: “È il momento di finirla con tutte queste menzogne su di noi, la gente deve rendersi conto che il vero selvaggio è il governo indonesiano” implora Benny Wenda, un rappresentante della tribù.

In sintesi, da qualche parte nel mondo, lontano, abitano popoli “puri” ma “intrinsecamente salvaggi”, e dovremmo quindi essere grati a Nelson che ha intrapreso questi ardui “pellegrinaggi” per regalarci – a caro prezzo – le loro “vibrazioni palpabili” prima che svaniscano per sempre.

E forse vale la pena accennare al fatto che, ironicamente e nonostante i crimini che molti popoli indigeni subiscono in tutto il mondo, pochi dei soggetti scelti e immortalati da Nelson stanno “scomparendo” davvero. Gli Waorani sono un buon esempio. Nonostante le trivellazioni petrolifere abbiano già distrutto parti del loro territorio e altre aree siano minacciate oggi, una parte della loro terra resta sotto la loro protezione e, da quando ho visitato la loro comunità, ormai una generazione fa, la popolazione è quadruplicata.

Il trattamento criminale, spesso genocida, riservato a molti popoli indigeni è sostenuto proprio da una rappresentazione che non suscita in noi null’altro che una malinconica pena per la perdita di una parte di storia. Naturalmente non c’è nulla di male nella nostalgia, ma è molto grave presentare i crimini contro l’umanità come qualcosa di storicamente inevitabile, di naturale e inarrestabile come la marea di Re Canuto.

La realtà dei brutali attacchi sferrati contro i popoli indigeni non dovrebbe essere rimossa dal contesto fotografico. Ci sono atrocità – come la schiavitù o le mutilazioni dei genitali femminili – che dovrebbero essere mostrate e combattute da tutti coloro che credono nei diritti umani fondamentali.

In tutto questo, il lavoro di Nelson è parte del problema piuttosto che una soluzione. Se le sue immagini sembrano provenire dal XIX secolo, è perché lo sono davvero: echeggiano una visione colonialista che è ancora oggi profondamente distruttiva per i popoli che vi si oppongono. Nelson deve sicuramente “risintonizzare la sua antenna”, perché affermare che il suo lavoro è “l’insostituibile archivio etnografico di un mondo che sta velocemente scomparendo” è sbagliato, da qualsiasi punto di vista.

Di Stephen Corry, direttore generale di Survival International e autore di “Tribal Peoples for Tomorrow’s World”.