Le radici dogmatiche e razziste del nostro movimento ambientalista moderno

 
di Stephen Corry
Valle di Yosemite, Stati Uniti.
Valle di Yosemite, Stati Uniti.

© Chensiyuan/CC BY-SA

Il movimento per la conservazione ritiene di poggiare su basi scientifiche ma, di fatto, deriva da alcune credenze che trovano le loro origini nel protestantesimo, e in particolare nella dottrina calvinista.

Il fatto che il movimento ambientalista, a un certo punto, si sia ramificato in due dottrine che hanno visioni opposte dell’uomo, è generalmente poco noto. Una di queste include nella sua visione gli esseri umani, mentre l’altra – la più antica e potente – non li contempla. Se vogliono avere almeno una possibilità di contribuire a un mondo migliore, coloro che hanno a cuore l’ambiente devono fare pressione sulle grandi organizzazioni della conservazione affinché rinuncino a queste loro dogmatiche fondamenta.

Per quel che sappiamo, i primi uomini bianchi a essere entrati nella valle di Yosemite erano soldati del battaglione Mariposa a caccia di Nativi Americani. Le tribù si stavano ribellando al furto delle loro terre e dovevano essere contenute e pacificate per proteggere i cercatori d’oro che stavano invadendo i loro territori. Nel suo libro The Ahwahneechees: A Story of the Yosemite Indians, datato 1966, John W. Bingaman scrive che quando “i negoziati con gli Indiani fallirono, per farli venire a patti fu usata la forza”. Quando le milizie raggiunsero la valle, nel 1851, gli indigeni ebbero il buon senso di battere tatticamente in ritirata, salvo una donna troppo vecchia per scappare. Per ritorsione, il battaglione distrusse le scorte di cibo che gli Indiani avevano accantonato per l’inverno.

Tre mesi dopo, la guerra di Mariposa era finita e una sorta di pace regnava sovrana. I Nativi erano stati uccisi, costretti in riserve o ridotti a superstiti sottomessi e spodestati. Dopo averla completamente liberata dei suoi abitanti originari, i nuovi invasori iniziarono a connotare la valle di Yosemite in termini religiosi. In un suo sermone del 1890, il famoso pastore protestante Thomas Starr King disse che: “su ogni roccia è scritto un passo della Sacra Scrittura”. E poco dopo, Jhon Muir, figlio di un pastore e oggi riverito come il padre dell’ambientalismo americano, descrisse la sua ascesa verso la cima della cattedrale di Yosemite come “la prima volta che entrai in chiesa in California”. Muir si considerava un “fedele solitario” e con un certo lirismo sentenziò: “Nei nostri momenti migliori, ogni cosa diviene religione, il mondo intero sembra una chiesa e le montagne altari”. I primi semi del movimento ambientalista per come lo conosciamo noi oggi, erano stati gettati.

Il modello di conservazione adottato a Yosemite è la versione originale, ed è fondamentalmente anti-uomo. Alle sue fondamenta ci sono quei credi che nel XVI secolo presero il loro nome dal pensiero del francese Giovanni Calvino, il secondo illustre fondatore del protestantesimo dell’Europa settentrionale.

Calvino nacque 26 anni dopo Martin Lutero, il monaco tedesco che per primo denunciò la spaventosa corruzione del clero cattolico. Le tesi di Lutero finirono per dividere la cristianità occidentale nei suoi due rami antagonisti. E, da allora, la storia dell’Europa occidentale sarebbe restata intrappolata fino ai giorni nostri nella narrativa di questa opposizione tra protestantesimo e cattolicesimo romano tradizionale. Sia il luteranesimo sia il calvinismo hanno dato vita a miriadi di chiese e rimangono fra i pilastri più importanti del protestantesimo dei giorni nostri (anche se i seguaci di entrambi sono numericamente inferiori ai cattolici romani).

Comprendere perché la conservazione sia vista in modo così diverso in luoghi e società dove il calvinismo non ha mai avuto una grande influenza, significa riconoscere la divergenza tra le credenze principali di Calvino e quelle della maggior parte dei cattolici romani. Confrontare due teologie tanto complesse in poche righe è un’impresa folle ma, sostanzialmente, quel che ci interessa qui rilevare è che il calvinismo tende a dare più importanza all’individuo che alla società nel suo complesso.

Questa distinzione diventa evidente se si confrontano gli approcci dei missionari cattolici e protestanti nel mondo contemporaneo. Le eccezioni non si contano ma, generalmente, i cattolici cercano di istituire una congregazione per poi guidare il gregge, mentre i protestanti sono più attenti alla salvezza delle singole anime. I non-cristiani saranno forse sorpresi di sapere che non solo gli appartenenti a fedi cristiane diverse si considerano vicendevolmente come non-cristiani, ma anche che i protestanti estremisti, ancora oggi, considerano il Papa della Chiesa cattolica romana come un emissario di Satana, il re dei diavoli in persona.

Il calvinismo ruota attorno a tre precetti centrali: la Bibbia è verità letterale, Dio si è manifestato attraverso il creato visibile (la “natura”), e il genere umano è peccatore. Pone meno enfasi sugli insegnamenti del Nuovo Testamento a proposito dell’amore o della carità, come fanno ad esempio la parabola del “buon Samaritano”, o il comandamento “ama il tuo prossimo” (il che, ovviamente, non significa dire che i calvinisti siano meno amorevoli o caritatevoli!). Minimizzando l’idea che gli individui potessero salvarsi praticando la compassione e le opere buone, la fede fu posta sopra ogni cosa. Nella teologia calvinista vi è poco che possiamo fare – in realtà, assolutamente nulla – per garantirci la salvazione. La decisione di Dio è immutabile ed eterna. Pochi saranno salvati dalla grazia di Dio, la grande maggioranza, no.
I primi Europei a stabilirsi permanentemente in Nord America furono i cattolici romani. In seguito, dall’Europa settentrionale arrivarono i colonizzatori provenienti dalle aree più importanti del protestantesimo calvinista – le isole britanniche, la Germania e i Paesi Bassi – importando la loro nuova religione nelle colonie americane (così come fecero anche nell’Africa meridionale, il che è rilevante, come spiegherò in seguito).

È stata la loro teologia, sincretizzando e prendendo a prestito il rapimento estatico del romanticismo verso il paesaggio, a ispirare direttamente la nascita del movimento ambientalista. La natura era il divino, e il genere umano il male, destinato a contaminare la buona creazione di Dio; poche persone erano virtuose (in questo caso, quelle che credevano nella conservazione), la maggior parte no.

Nonostante il cattolicesimo fosse ancora la confessione che contava più adepti negli Stati Uniti quando, nel XIX secolo, nacque il movimento per la conservazione, gli ambientalisti più importati erano sempre di formazione protestante. Henry D. Thoreau era un trascendentalista, un movimento filosofico derivato dal calvinismo. Aldo Leopold, autore di A Sand County Almanac, nacque in una famiglia di luterani protestanti (la sua prima lingua era il tedesco) e frequentò corsi biblici a Yale. Rachel Carson, autrice di Silent Spring, era la figlia di un devoto presbiteriano calvinista. David Brower, uno dei fondatori di Friends of the Earth e forse il più famoso ambientalista californiano del XX secolo, si descriveva come un “ex-presbiteriano” e dava lezioni su come “attrarre le persone verso la religione” definendo i suoi discorsi addirittura come dei sermoni.

I profeti della conservazione sono questi, e sono tutti nomi familiari agli ambientalisti americani. Molti di loro potrebbero aver disconosciuto la religione sottesa alla loro visione del mondo, molti non potrebbero essere considerati anti-uomo, né tanto meno ritenuti responsabili per i crimini compiuti nel nome della conservazione.

Tuttavia, è chiaro che il protestantesimo in generale, e il calvinismo nello specifico, hanno plasmato sia i sistemi ideologici secolari dominanti negli Stati Uniti di oggi, sia la tutela dell’ambiente e il progresso economico (come illustra in modo convincente Robert H. Nelson).

Riconoscere il divino nella natura ovviamente non è prerogativa esclusiva del protestantesimo; è un concetto ampiamente diffuso, forse onnipresente. I Nativi Americani lo fanno, anche se in modi abbastanza diversi, così come i cattolici. Il problema incistato nell’approccio che gli Stati Uniti hanno con l’ambiente non è certamente quello di credere nella sacralità della natura! L’errore sta nel ritenere che wilderness debba necessariamente significare natura vergine e incontaminata, libera dalla presenza umana. Quest’idea semplice, che mette ai ferri corti l’umanità peccatrice nei confronti di una natura celestiale, ha conseguenze disastrose per la conservazione e affonda le radici direttamente nelle sue origini teologiche.

Negli Stati Uniti, il concetto di conservazione people-free viene applicato in modo rigoroso. Nelle zone di wilderness del Parco Nazionale di Yosemite i sentieri sono tracciati a malapena, e vige il divieto assoluto di svolgervi una qualsiasi attività economica o di costruirvi abitazioni. Gli escursionisti che vi entrano devono prima registrarsi, indicando scrupolosamente i loro itinerari e i luoghi, pochissimi consentiti, in cui sosteranno. Pagano, e devono portare con sé i loro permessi, pena l’espulsione. Quando i guardaparco ritengono che le persone su un dato percorso siano abbastanza, smettono semplicemente di distribuire i biglietti. I visitatori hanno l’obbligo di portare via ogni cosa, persino la carta igienica usata.

Gli appassionati sostenitori di questa wilderness americana la venerano come un santuario sacro, dove le persone sono tollerate a malincuore, e solo quando rispettano i comandamenti e pagano per il privilegio. Secondo la teologia, simili “pellegrini” ottengono indubbiamente qualcosa di grande in cambio del loro denaro. “Nell’essenza incontaminata di Dio sta la speranza del mondo” spiegava l’ex-presbiteriano Jhon Muir, aggiungendo che: “non esiste nulla di veramente selvaggio che sia impuro”. Negli anni Novanta, quando Roger G. Kennedy, a capo del National Park Service, predicava: “Dovremmo concepire la wilderness come parte della nostra vita religiosa”, il culto della “natura selvaggia” era ormai diventato un articolo di fede ben oltre i confini del calvinismo.

Tuttavia, il collegamento con la religione è sempre ben visibile appena sotto la superficie. Due dei guru dell’ambientalismo dei giorni nostri sono Dave Foreman e Doug Tomkins. Foreman è il fondatore di Earth First! ed ex-direttore di Sierra Club. Prima della sua rivelazione secondo cui “la Terra è Divinità e il vero oggetto della devozione umana”, aveva preso in considerazione l’idea di diventare prete. Tomkins, milionario co-fondatore di North Face, nonché figura di primo piano dietro le aree protette di Cile e Argentina, aveva le stesse inclinazioni: “Il concetto di condivisione del pianeta con altre creature è per me un precetto religioso… Significa che… a ispirare la conservazione della biodiversità è l’etica”. In gioventù, era un devoto protestante anche il famoso “padre della biodiversità”, E.O. Wilson.

Alcune di queste persone arrivano al punto di piegare il linguaggio alla loro fede, usando l’improbabile teoria secondo cui i termini inglesi “wild” e “self-willed” un tempo significassero la stessa cosa. “Wild Nature” (Natura Selvaggia – spesso scritto con la maiuscola come Dio) sarebbe presumibilmente uguale a “self-willed Nature” (Natura autodeterminata). Un tempo, così narra il racconto, la gente comprese che la wilderness seguiva il proprio progetto “autodeterminato”, che gli umani erano condannati a rovinare. Proprio come Eva aveva corrotto Adamo, portando il genere umano al meritato sfratto dal Paradiso. Descrivere il mondo come un terreno di scontro tra l’uomo peccatore e la Natura divina è, ovviamente, un assunto religioso che non ha nulla a che fare con la scienza.

Quello che è certo, nelle menti di chi osserva questo dogma, è che le persone sono ben poco tollerate nella wilderness dell’Eden. Dave Foreman è ben lontano dall’essere il solo a considerare l’umanità come “qualcosa di maligno” e a pensare che la popolazione mondiale dovrebbe essere ridotta a due miliardi di individui dagli attuali sette. Ovviamente sono pochi gli ambientalisti che si azzardano a proporre apertamente una qualunque idea sul come far scomparire il 70% dell’umanità! Un’eccezione tragicomica viene dal primo presidente del WWF del Regno Unito, il duca di Edimburgo, che ha dichiarato: “Nel caso mi reincarnassi, mi piacerebbe tornare sotto forma di virus letale, per poter contribuire in qualche modo a risolvere il problema della sovrappopolazione”.

Molti ambientalisti non si preoccupano di servire il genere umano; se qualcuna delle loro iniziative finisce con il beneficiare le persone, è del tutto casuale. Cercano piuttosto di promuovere la Natura per le sue finalità intrinseche, nella convinzione di dover rispettare solo il suo “volere”, e certamente non quello dell’uomo. Provate, nella loro “dottrina”, a sostituire la parola “natura” con la parola “Dio”, e questa eredità teologica diventerà lampante.

A loro non importa se nessuno visita le zone protette, a nome delle quali sostengono di parlare. Anzi: meno visitatori ci sono, meglio è. Alcuni hanno portato le loro convinzioni all’estremo. Nei suoi scritti, Jhonaan Spiro illustra come, all’inizio del XX secolo, i conservazionisti si trovassero in prima fila sia nel movimento eugenetico sia nell’opposizione all’immigrazione dai paesi “non-ariani” (o, a volerla vedere in altro modo, specialmente cattolici ed ebrei). Descrive accuratamente anche il loro programma misantropo, che si opponeva ai matrimoni “misti” e sosteneva la sterilizzazione forzata.

Non si tratta di una semplice coincidenza, come affermano scrupolosamente alcuni ambientalisti contemporanei. A loro piace credere che quelle opinioni fossero universali, ma non lo erano; c’erano sempre altre voci che sostenevano l’eguaglianza razziale e la compassione. Per quanto possa essere sgradevole ammetterlo oggi, la verità è che vi era un legame diretto tra l’eugenetica e l’idea della conservazione finalizzata al controllo della selvaggina: l’eliminazione dei deboli al fine di mantenere forte la specie.

Oggi è luogo comune addossare le colpe del degrado ambientale alla sovrappopolazione. Ovviamente non è una teoria totalmente infondata, ma in realtà gli Stati Uniti sono ancora scarsamente popolati. Per raggiungere la stessa densità della Gran Bretagna, ad esempio, il numero degli abitanti dovrebbe aumentare di otto volte. (Vale anche la pena sottolineare che la popolazione americana potrebbe continuare a crescere fino a tal punto senza consumare più risorse di quanto non faccia adesso; per farlo, basterebbe che ogni americano medio non consumasse più dell’uomo medio in Messico o in America centrale).

Gli Stati Uniti sono la forza e il finanziatore principale dell’ambientalismo. L’Europa li segue a breve distanza, ma qui le cose non potrebbero essere più diverse. Gli Europei, che hanno familiarità con i loro parchi nazionali dove gli escursionisti possono andare e venire liberamente e accamparsi durante la notte, si sorprenderebbero delle rigide restrizioni imposte dagli Americani. Gli Europei possono adorare la natura come chiunque altro, ma accettano l’integrazione delle persone con il paesaggio. È una differenza sostanziale.

In Europa, i parchi nazionali spesso includono fattorie, comunità e addirittura intere cittadine. Il modo in cui il genere umano ha caratterizzato il suo ambiente, è oggetto di celebrazione. Sulla maggior parte delle montagne europee svettano enormi croci cristiane ben visibili da lontano. Spesso vi si trovano incisi versi ispiratori, che di solito invocano la divinità.

In un continente con una storia scritta che copre migliaia di anni, dove popoli antichi hanno costruito massicci edifici di pietra e strade, e dove l’Homo sapiens ha abitato per oltre 40.000 anni, e quello di Neanderthal dieci volte più a lungo, qualunque nozione di “wilderness libera dalla presenza dell’uomo” – per citare una frase controversa dal Wilderness Act statunitense del 1964 – suona come un errore cieco e accecante. E lo è.

Le aree protette europee mostrano ancora il loro lato selvaggio, ma non sono riuscito a trovare nessuna area di conservazione che sia stata fondata sullo sfratto o l’uccisione dei suoi abitanti. Ma non in virtù di un’interpretazione diversa della religione o della wilderness, bensì perché l’indignazione che ne risulterebbe toglierebbe immediatamente il sostegno popolare alla conservazione stessa (che in Europa è ancora largamente finanziato da Gran Bretagna e Germania, roccaforti del protestantesimo).

Purtroppo per i popoli indigeni, però, a essere esportato per primo in Africa e Asia è stato il modello americano. Praticamente tutte le aree protette dell’Africa, così come molte in Asia, sono state create sottraendole ai popoli indigeni e ad altre comunità locali. Il furto ha comportato lo sfratto forzato di milioni di persone, e continua ancora oggi. Strada facendo sono state distrutte intere tribù, proprio come accadde negli Stati Uniti nel XIX secolo. Che non vi sia stata nessuna reazione di sdegno da parte dell’opinione pubblica, è scandaloso.

Nonostante il modello fosse americano, il crimine può essere attribuito ai nordeuropei. Con la (apparente) eccezione di Virunga, il primo parco creato in Africa, gli imperi che più di tutti hanno guidato l’imposizione dei più grandi parchi nazionali dell’Africa sono stati la Gran Bretagna, la Francia e la Germania, mentre le aree di conservazione sudafricane sono state create dai discendenti dei coloni olandesi e dei coloni ugonotti francesi. È pertanto facile vedere i parchi Africani, e l’intero sogno della wilderness africana, come un’invenzione di persone che condividono lo stesso retaggio etnico e religioso – quasi sempre protestante – dei padri fondatori della conservazione negli Stati Uniti.

Credere in una wilderness “vuota” è un costrutto razzista. La nostra specie ha avuto inizio in Africa circa 200.000 anni fa, e occupa il Nord America da almeno 15.000 anni, se non più. Un numero crescente di prove scientifiche dimostra che i popoli indigeni hanno modificato le loro terre ovunque nel corso migliaia di anni, piantando, bonificando, bruciando, incoraggiando i pascoli e utilizzando tanti altri metodi efficaci per gestire al meglio gli animali e le piante che li sostentavano. Come chiunque altro, stavano plasmando attivamente l’ecosistema per migliorare le loro vite. Ma i conservazionisti non sono stati in grado di capirlo.

Quando fu creato il modello di parco nazionale americano, il razzismo imperante nel XIX secolo impedì il riconoscimento di questi impatti ambientali positivi. La verità è che, in primo luogo, nessuna di quelle aree era “vuota”, ma i loro abitanti di pelle nera e marrone non erano considerati umani al pari degli arroganti conservazionisti bianchi. Apparentemente occupavano un gradino più basso della scala evolutiva, o ne erano addirittura al di fuori.

Proprio perché erano considerati “a malapena umani”, le loro terre potevano essere definite “disabitate” e “vergini”, e i loro territori resi deserti, cacciandoli fuori. Ma la tragedia è che, proprio come l’ottusità di quei coloni impedì loro di riconoscere il modo in cui i popoli indigeni si prendevano cura delle loro terre, molti ambientalisti non riescono a vederlo ancora oggi.

Molti ecoturisti occidentali non sanno che i parchi nazionali che pagano per visitare in Africa e in alcune zone dell’Asia sono stati liberati con la forza, per creare una wilderness artificiale. I sostenitori delle cause ambientali sono fra le persone più altruiste e sensibili che esistano, e molti di loro resterebbero scioccati se sapessero che gli sfratti illegali e gli abusi dei diritti umani perpetrati nel nome della conservazione sono diffusi ancora oggi, e che le strategie per combattere il bracconaggio si basano sempre di più su omicidi extragiudiziali – in altre parole, illegali – principalmente nei confronti di poveri locali.

Anche se molti esperti lo sanno fin troppo bene, nessuna delle grandi organizzazioni della conservazione ammette pubblicamente che la letale militarizzazione “verde” che hanno scatenato, è del tutto inutile se non addirittura dannosa ai fini di combattere i veri collaboratori del bracconaggio – i funzionari corrotti. Gli ambientalisti comuni non si rendono conto che tra costoro vi sono membri degli stessi dipartimenti governativi, finanziati dalle loro donazioni.

Se continueranno ad alienarsi la popolazione locale, a uccidere la conservazione saranno i conservazionisti stessi. Ci viene detto continuamente che il bracconaggio è in aumento, per esempio, ma nessuno ammette che lo è principalmente a causa dell’inefficacia delle strategie di conservazioniste, profondamente difettose. Se vogliamo proteggere l’ambiente, dobbiamo renderci conto che il termine wilderness è stato indebitamente usato per descrivere le terre ancestrali di popoli che da esse sono poi stati cacciati per realizzare il mito biblico di un Eden vuoto.

È ora di togliere questo antidiluviano luogo comune dal canone ambientalista. È giunto il momento di approcciare i popoli indigeni e le altre comunità che vivono all’interno o nei pressi delle aree di conservazione con il rispetto che meritano, e di riconoscere e contrastare realmente i crimini commessi nel nome della conservazione. Il successo dell’ambientalismo dipenderà principalmente dalla scelta che vorranno fare i leader del movimento conservazionista e l’industria miliardaria che li sostiene: se dare più importanza alla protezione del loro mito di un Eden inviolato, o piuttosto alla protezione del mondo naturale reale, che le persone hanno nutrito e plasmato nel corso dei millenni.

Gli anni attorno al 1850 sono stati un’epoca di grandi cambiamenti. I bianchi hanno annientato gli Indiani di Yosemite e poi hanno consacrato la loro terra, dando così vita al mito romantico della creazione conservazionista. Il libro Le origini delle specie di Darwin sconvolse l’antica versione biblica della creazione alimentando allo stesso tempo a un nuovo mito maligno, che oggi viene chiamato razzismo “scientifico”. Nello stesso decennio, Henry D. Thoreau ci regalava “Walden, vita nei boschi”, il suo capolavoro letterario, in cui saggiamente scriveva che: “Non è mai troppo tardi per rinunciare ai nostri pregiudizi”. Guardare alla storia è molto di più di un intrattenimento fine a se stesso; la storia è una guida e un mentore che può sottrarci dal ripetere all’infinito le crudeltà del passato, e indirizzarci verso qualcosa di migliore per tutti.

Stephen Corry è il direttore generale di Survival International e l’autore di Tribal Peoples for Tomorrow’s World.