Domande & Risposte

 
Le nostre risposte a tutte le domande che potresti avere sulla nostra campagna per i cacciatori raccoglitori Awá del Brasile, la tribù più minacciata del mondo.

Cosa intendete con “la tribù più minacciata del mondo”?

Gli Awá usciti dall’isolamento sono circa 360, ma riteniamo che un altro 20-25% resti tuttora incontattato. Il fatto di essere una tribù molto piccola li mette in condizione di rischio. Le tribù incontattate – quelle che non hanno contatti pacifici con i non-Indiani – sono sicuramente i popoli più vulnerabili della Terra, costantemente minacciati da incontri ostili e da malattie esterne verso cui non hanno difese immunitarie. La situazione degli Awá è unica perché la loro foresta viene abbattuta a un ritmo più veloce di quello di qualunque altro popolo incontattato, e perché sono completamente circondati da taglialegna e allevatori. I taglialegna hanno già abbattuto tutto quello che si trovava attorno alla terra awá, e oggi stanno rapidamente devastando anche l’interno. A differenza di altri popoli incontattati dell’Amazzonia, gli Awá non hanno più nessun altro luogo in cui rifugiarsi. Secondo numerosi testimoni, alcuni sarebbero stati uccisi dai taglialegna e dagli allevatori ma non ci sono dati recenti che possano confermarlo perché gli Awá incontattati non costruiscono case (che si potrebbero individuare con voli di ricognizione) e i contatti non vengono denunciati. I taglialegna infrangono la legge, anche solo entrando nella riserva, e possono reagire con violenza alle indagini sul campo.

Perché pensate che la tribù stia rischiando il genocidio?

A dirlo è un giudice brasiliano. La definizione che le Nazioni Unite danno del genocidio (gli atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso) si applica perfettamente alla drammatica situazione degli Awá: i taglialegna e gli allevatori che li circondano hanno manifestato chiaramente l’intenzione di sbarazzarsi degli Indiani. Ovviamente, se anche tutti gli Awá fossero uccisi o morissero a causa della deforestazione e degli allevamenti, il numero dei morti ammonterebbe comunque a “poche” centinaia ma, a differenza di quello che alcuni ritengono, non occorre mietere milioni di vittime per commettere un genocidio. Oltre a non avere rilevanza giuridica, una simile interpretazione è discriminatoria nei confronti delle tribù amazzoniche, numericamente piccole.

L’immagine che Survival sta dando degli Awá non asseconda il mito del “buon selvaggio”? Perché il film inizia con la parola “paradiso”?

Quel che aspetta gli Indiani dopo il contatto e il furto delle loro terre, nel migliore dei casi è l’impoverimento, spesso accompagnato da alcolismo; nel peggiore, il suicidio o la morte. Spesso, il 50% o più di una tribù non sopravvive ai primissimi anni di contatto. Al confronto, le vite di coloro che mantengono ancora le loro terre e le loro identità sono indiscutibilmente migliori. A pensarlo sono gli stessi Indiani e non è falso. Abbiamo filmato gli Awá contattati* durante la loro routine quotidiana. Le immagini forniscono una visione schietta anche se estremamente breve della loro vita. (*Naturalmente, non abbiamo fatto alcun tentativo di filmare i gruppi incontattati)

Il film sembra costoso, non è uno spreco di denaro?

I nostri filmati sono lo strumento più efficace, e di gran lunga il più economico, di cui possiamo avvalerci per portare un problema all’attenzione del grande pubblico. Le immagini sono state girate dal nostro staff, con le nostre attrezzature, e la produzione è stata fatta nella nostra sede. Non abbiamo appaltato nessun incarico all’esterno, e la spesa che abbiamo sostenuto equivale a circa il 7% di quello che ci sarebbe costato affidare il lavoro a terzi. Il denaro che abbiamo usato per confezionare questa campagna e realizzare il film ci è stato dato appositamente da alcune fondazioni e dai parenti e amici di Laurent Fuchs, per onorarne la memoria. Tanto aiuto è stato dato anche dai professionisti, che hanno lavorato gratuitamente.

Perché ricorrere alle celebrità?

L’obiettivo principale è far conoscere al mondo la tragedia degli Awá. Colin Firth sostiene i popoli tribali e Survival da molto tempo, ed è uno dei nostri più famosi testimonial a livello internazionale. Heitor Pereira, che ha scritto la colonna sonora, è un premiato compositore e musicista brasiliano.

Molte campagne condotte online sono accusate di semplificare i problemi o di non essere competenti. Perché Survival dovrebbe essere diversa?

Survival è l’unica organizzazione internazionale dedicata totalmente ai popoli tribali del mondo e ai loro diritti, e ha più di quarant’anni di esperienza nel campo. Oltre che sull’esperienza del suo staff, può contare su una quantità immensa di informazioni altrui, frutto di un coinvolgimento diretto in materia, spesso su base volontaria, pari a centinaia di anni lavorativi. Tra i suoi membri ci sono persone che hanno iniziato ad indagare sui problemi dei popoli tribali negli anni ’50. (Uno dei fondatori di Survival, Francis Huxley, ha lavorato con una tribù confinante con gli Awá più di sessant’anni fa, quando accompagnò il famoso antropologo brasiliano Darcy Ribeiro.) Survival ha una competenza senza rivali nel campo dei popoli tribali di tutto il mondo e ha avuto contatti personali diretti con innumerevoli comunità indigene.

Alcuni ritengono che di tribù incontattate non ne esistano più, e che sia tutta una menzogna. Come rispondete?

Le tribù che non hanno contatti pacifici con gli esterni sono molte. E di tante non abbiamo mai nemmeno parlato. Siamo stimati per fornire sempre informazioni attendibili e precise, da oltre quarant’anni. Ogni volta che qualcuno ha sollevato dubbi sulle nostre dichiarazioni, abbiamo sempre saputo controbattere con fatti inconfutabili. Di solito, chi ci accusa finisce col scusarsi. E quando ha un senso farlo, presentiamo denuncia formale contro chi non lo fa. Per leggere le risposte di Survival alle domande più frequenti sulle tribù incontattate del mondo e sulla definizione di “incontattato”, clicca qui.

Quanto del denaro che raccogliete va agli Awá e ad altre tribù del Brasile?

I problemi degli Awá non si risolvono donando denaro alla tribù, e Survival non ha in corso progetti sul campo con loro; ovviamente gli Awá incontattati non usano denaro. In generale, alle tribù va veramente poco, anche se, occasionalmente, finanziamo alcuni loro progetti locali e aiutiamo gli Indiani a portare le loro cause in tribunale o a incontrare i rappresentati di governo. Il finanziamento di progetti costituisce una piccola parte del lavoro di Survival perché esistono molti enti costituiti a questo scopo, che possono sostenere i progetti che noi segnaliamo. L’obiettivo primario del nostro lavoro è la difesa dei diritti dei popoli tribali, soprattutto i diritti territoriali.

E allora come spendete i vostri soldi?

Li usiamo per garantire sempre più attenzione e rispetto per i diritti dei popoli tribali e per sensibilizzare il pubblico sui loro problemi. Tra le altre cose, contattiamo direttamente governi e aziende coinvolti; promuoviamo e cerchiamo di garantire il rispetto delle leggi nazionali e internazionali; denunciamo gli atteggiamenti razzisti (qualche volta non intenzionali) che affliggono le tribù; e sottoponiamo i casi alle Nazioni Unite e ad altri organi competenti. Investiamo anche molto tempo nella denuncia di questi casi presso i mezzi di comunicazione. In questo senso, il nostro lavoro è simile a quello di Amnesty International o di Human Rights Watch, anche se noi abbiamo una missione molto più specializzata, focalizzata solo sui popoli indigeni.

Perché puntate così tanto sull’attenzione dei media?

Perché, dopo più di quarant’anni di lavoro con i popoli tribali, abbiamo costatato che è di gran lunga il modo più efficace ed efficiente di innescare i cambiamenti a cui aspiriamo. Sappiamo che funziona.

Come potete esserne sicuri?

Perché l’abbiamo fatto più e più volte. In tante occasioni abbiamo visto la pressione dell’opinione pubblica farsi tanto forte da indurre i governi a rispettare la legge nazionale o internazionale, riconoscendo i diritti dei popoli tribali sulle loro terre.

Non vi state intromettendo negli affari interni del Brasile?

Survival è un’organizzazione internazionale, con sostenitori in oltre 100 paesi, Brasile incluso. In molte occasioni sono stati proprio i Brasiliani a chiederci di portare i problemi all’attenzione delle loro autorità. La sopravvivenza degli Awá sta a cuore a molti Brasiliani, compresi alcuni politici e funzionari governativi.

Qual è la situazione dal punto di vista legale?

La terra degli Awá è già stata demarcata legalmente, ma taglialegna, allevatori e coloni non rispettano i suoi confini. La polizia federale ha l’autorità di espellerli e tenerli lontani. Il Brasile ha ratificato la legge internazionale che riconosce i diritti dei popoli tribali alla proprietà collettiva della terra, e le sue leggi nazionali sono complessivamente favorevoli ai popoli indigeni. Il Brasile ha anche ratificato la Convenzione sul genocidio, che obbliga lo stato a investigare e giudicare i casi sospetti di genocidio.

Se la legge è buona, dove nasce il problema?

Taglialegna e allevatori violano la legge, ma sono legati a potenti interessi locali. Per fermarli serve volontà politica, al massimo livello nazionale. Ma fino ad oggi, il governo non l’ha considerata una priorità.

I poveri potranno beneficiare delle risorse delle terre awá?

No, la foresta viene tagliata a esclusivo beneficio di famiglie ricche e potenti. Il Brasile non è più un paese povero (anche se, ovviamente, molti dei suoi cittadini vivono in povertà estrema), e se solo lo volesse, potrebbe facilmente farsi carico della protezione della terra awá. Dopotutto, gli Awá sono uno dei primi popoli del Brasile.

Si sa che alcune campagne condotte sul web avevano secondi fini, o che erano condotte per denaro o da forze non trasparenti. Come reagite?

Survival non ha mai avuto alcuna affiliazione politica, religiosa o accademica. A finanziarci sono decine di migliaia di sostenitori, per lo più attraverso singole piccole donazioni e lasciti. A fare il resto contribuiscono poche fondazioni e i proventi del nostro catalogo di raccolta fondi. Per statuto rifiutiamo denaro dai governi nazionali, e non abbiamo mai ricevuto nessuna cospicua donazione da parte di un’azienda. A differenza di alcune grandi associazioni, nessun membro del nostro staff o dei nostri organi direttivi rappresenta gli interessi di governi e corporazioni. Il nostro bilancio è sottoposto a completa revisione dei conti come previsto per legge, ed è disponibile al pubblico. In alcuni casi, tuttavia, ci riserviamo di elargire qualche contributo senza rendere noti i beneficiari se sussiste il pericolo che la pubblicizzazione possa danneggiarli.