“La diga etiope Gibe III non è finanziabile”: lettera delle Ong italiane al ministro Frattini

"Gli Hamar sono uno dei numerosi popoli etiopi minacciati dal progetto Gibe III nella bassa valle dell'Omo. "
"Gli Hamar sono uno dei numerosi popoli etiopi minacciati dal progetto Gibe III nella bassa valle dell'Omo. "
© Marco Trovato/Survival

Cresce la pressione internazionale sui possibili finanziatori del controverso progetto idroelettrico Gibe III, in Etiopia. Se costruita, la diga potrebbe distruggere un ambiente ecologicamente molto fragile e tutte le economie di sussistenza legate al fiume e ai cicli naturali delle sue esondazioni compromettendo la sopravvivenza di 200.000 indigeni della bassa valle dell’Omo.

Nei giorni scorsi, il ministro degli Esteri Franco Frattini e la direttrice della Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo (DGCS) Elisabetta Belloni hanno ricevuto una lettera firmata dalla maggior parte delle Ong italiane. Il testo chiede con fermezza che il governo italiano non finanzi Gibe III in quanto “il progetto non si può configurare in alcun modo come un’iniziativa di aiuto allo sviluppo”.

L’Italia figura nell’elenco dei possibili finanziatori del progetto insieme, tra gli altri, a Banca Africana di Sviluppo (AfDB) e la Banca Europea per gli Investimenti (BEI).

“Stiamo seguendo con crescente attenzione e preoccupazione la vicenda relativa alla richiesta che il Ministero Affari Esteri ha ricevuto dalle autorità etiopi per l’erogazione di un credito d’aiuto di 250 milioni di euro finalizzato alla realizzazione della diga Gilgel Gibe III” scrivono nella lettera le rappresentanze delle Ong Campagna per la Riforma della Banca Mondiale (CRBMMANI TESE), Associazione ONG Italiane (AOI), Coordinamento di Iniziative Popolari di Solidarietà Internazionale (CIPSI), Coordinamento delle Organizzazioni non Governative per la Cooperazione Internazionale allo Sviluppo (COCIS), Coordinamento Italiano Network Internazionali (CINI) e LINK 2007, il network che raggruppa alcune tra le più grandi ong italiane (AVSI, CESVI, CISP, COOPI, COSV, MEDICI CON L’AFRICA CUAMM, GVC, ICU, INTERSOS, LVIA).

“Come Organizzazioni Non Governative impegnate ad assicurare la presenza fattiva, efficace e solidale dell’Italia nei paesi più poveri non possiamo non denunciare la persistenza di gravi irregolarità procedurali […] e condividere con Voi le nostre forti preoccupazioni di merito.”

Tra le altre considerazioni, le Ong sottolineano che:

  • L’affidamento del contratto a trattativa diretta che ha determinato l’attribuzione dell’appalto alla Società italiana Salini Costruttori, non è conforme alle procedure vigenti della Direzione Generale della Cooperazione allo Sviluppo (DGCS) né alla normativa italiana (legge 109/94), né tantomeno alle procedure applicate in materia dalle Organizzazioni Internazionali e dall’Unione Europea.
    L’energia prodotta dall’impianto Gilgel Gibe III è destinata all’esportazione ed il progetto non è quindi eleggibile nel quadro dei crediti d’aiuto.
  • Gli impatti socio-ambientali sono di portata enorme, il progetto non si può configurare in alcun modo come un’iniziativa di aiuto allo sviluppo visto che metterà a rischio la sicurezza alimentare di mezzo milione di persone fra Etiopia e Kenya, e la stessa sopravvivenza di comunità tribali già duramente provate da conflitti etnici per il controllo delle scarse risorse naturali.
  • Nel settembre 2007, dopo vent’anni di difficili negoziazioni, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato la Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni e tribali con una maggioranza schiacciante. In quanto paese sostenitore e firmatario della Dichiarazione, ed in virtù del delicato ruolo assunto di Sponsor della Dichiarazione, il nostro paese ha il dovere politico di promuovere e incoraggiare il rispetto dei diritti dei popoli indigeni più minacciati.
  • L’ammontare del credito richiesto per Gilgel Gibe III è il più ingente nella storia del fondo rotativo e, a fronte delle risorse disponibili, si configura come insostenibile. Azzerare il fondo rotativo in questo momento significa privare l’Italia di un importante strumento di cooperazione che, se oculatamente gestito, permetterebbe di promuovere iniziative concrete di sostegno a vantaggio di più di uno dei paesi indicati come prioritari nelle Linee-guida e Indirizzi di Programmazione della Cooperazione Italiana per il biennio 2009-2011.

“Alla luce di queste riflessioni riteniamo che il Gilgel Gibe III non possa essere considerato a nessun titolo un progetto di sviluppo e chiediamo che il governo italiano voglia formalmente sospendere ogni forma di sostegno economico e politico al suo avanzamento e che, contemporaneamente, possa farsi portavoce delle preoccupazioni della comunità internazionale per le sorti delle popolazioni colpite dal più generale piano di trasformazione della valle dell’Omo, inducendo il governo etiope a inaugurare un processo democratico che veda adeguatamente coinvolte e rappresentate le popolazioni locali interessate, destinate a perdere tutti i loro mezzi di sussistenza in aperta violazione dell’Articolo 9(4) della stessa Costituzione etiope.”

Leggi la lettera integrale.

In cordata con le associazioni Campagna per la Riforma della banca Mondiale, Counter Balance coalition, Friends of Lake Turkana e International Rivers, Survival International ha lanciato una petizione per fermare la diga.

Firma subito la petizione